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Dove, fra l'altro, si spiega quale valore desse, il Nostro Cavaliere, alla parola «versipelle»; e di nuove venture che gli toccarono.

Ora il Cavalier Mostardo dormiva nel suo gran letto di quercia massiccia, fra un ritratto di Mazzini ed uno di Garibaldi. Aveva, appeso al muro, sopra il tavolo da notte, dove la gente religiosa tiene l'acquasantiera, una vecchia carabina; la Santa Carabina; e, sul tavolo da notte, invece della bottiglia e del bicchiere per l'acqua, era posato un ampio boccale verde con sopravi la dicitura consueta: «Evviva la Repubblica!». E la Repubblica abitava con lui in quel suo stanzone severo, inelegante, dal mobilio spaiato, dalle pareti squallide; la Repubblica occhieggiava attraverso una grande bandiera rossa, appoggiata in un angolo; sorrideva da un berretto frigio; strepitava in una serie di disegni allegorici incollati al muro; minacciava in una collezione rilegata del vecchio giornale «Aristogitone»; si umanizzava in una statuetta simbolica in coccio, sopra il canterale; si divinizzava nei trionfi dell'ottantanove, matroneggiando in disegni e oleografie sparsi qua e là per la stanza.
L'alba batteva alle finestre; ma il Cavalier Mostardo dormiva e la Repubblica con lui. E benchè Innocenzo Cappa, a capo del letto, in una fotografia disposta con bell'arte sotto la Santa Carabina, vegliasse con quel suo tipico sorriso fra la malinconia e disincanto, bonariamente guardando quella sua romagnola forma di fede repubblicana, in realtà tutto il simboleggiato strepito cadeva con le immagini e le forme nel sonno del Cavaliere. Questi riposava come un sant'uomo che ha diritto a una tregua, nè il reiterato canto del gallo Francesco, nel cortile; nè il tok, tok... degli scarponi ferrati di Rigaglia avevano il potere di rompere quel profondo e compiuto riposo.
Batterono le ore, il sole avanzò nel cielo, suonarono le messe ai vari campanili della Città del Capricorno, ricominciò il fragore dei veicoli trabalzanti sull'ineguale acciottolato delle strade, ma il Cavalier Mostardo tenne duro.
Aveva avuto una notte combattuta e, benchè ne fosse uscito trionfatore, doveva trovare, nel sonno, un compenso alle consumate energie.
Eran forse le nove e il gallo Francesco cantava ancora scuotendo i lunghi bargigli e la cresta a parafulmini, quando il nostro eroe, ad un tratto, ebbe un sussulto improvviso, un grugnito e balzò a sedere sul letto...
— Porco Dacco!... Che cos'è stato?
Che cos'era stato?... Certo non potevan rispondergli nè Innocenzo Cappa, nè la Repubblica, effigiata come una matrona, con molte mammelle; egli solo poteva rispondersi, ricercando fra le ultime nebbie del suo dileguante sogno mattutino, la ragione dell'improvviso risveglio.
Che cos'era stato?...
Si passò una mano sulla fronte, si soffregò gli occhi... Ah, ecco!...
Aveva sognato che Libero Bigatti, il repubblicano anarcoide del quale aveva avuto ragione di dolersi, durante l'ultima riunione in casa dell'Onorevole, nel Caffè della Piazza col più grande, si era preso giuoco di lui.
Erano in crocchio; c'era la meglio gente della Città del Capricorno; egli parlava tenendo desta l'attenzione di tutti, quand'eccoti saltar fuori il signor Libero Bigatti!... La perfidia della Cattedra!... Sorrideva con una malignità da sacrosanti ceffoni come se il Cavaliere non stesse raccontando che panzane e strampalerie; sorrideva e nicchiava, il signor Padre Eterno, e Mostardo aveva deciso di metterlo a posto una volta per tutte, allorchè, nell'impeto della giusta collera, il sonno gli si era rotto ed egli balzato sulle coltri senza saper più che accadesse. Ora si guardò attorno smarrito, poi discese dal letto, aprì le finestre. Un gran sole fu per la stanza.
— Che ore saranno? — si chiese il Cavaliere. — Debbo aver dormito molto!... — Poi chiamò: — Rigaglia?... O Rigaglia?
Rigaglia comparve.
— Portami i giornali.
— Eccoli.
Incominciò a scorrerli. Ecco «Il nuovo Aristogitone», l'organo del suo partito. Lesse i titoli; non c'era niente che potesse interessarlo; le solite cose. Ecco «Il Faro Socialista».: vituperi, insolenze, minaccie! Sempre le stesse parole: riscossa, rivoluzione, masse proletarie, borghesia, diritti del popolo, lotta di classe, sindacati, federazioni... un pasticcio monumentale, una Babilonia, un mercato del mondo! Il pascolo di Rigaglia!... Cosa poteva capirci, quel testone, in tanta fanfara? Che cos'è un Sindacato?... Che cosa vuol dire «evoluto e cosciente»?... Perchè ti chiami proletario?...
Da dieci o quindici anni egli leggeva le stesse cose senza capir niente, ma era sempre più convinto di essere un buon socialista con la sua brava rivoluzione in saccoccia, a un tanto al braccio e con un centigrammo di evoluzione giornaliera!... Più campava, più si faceva duro e più diventava cosciente. Era un bel miracolo!
A poco a poco, a forza di sentirsi dire: — Tu sei!... Tu hai diritto!... Il mondo è nelle tue mani!... La forza è tua!... E tu qua... e tu là!... — si era messo in mente per davvero di essere un qualche cacume!
E chi poteva convincerlo ora a rientrare nell'orticello della modestia; nella casolina della santa umiltà; nella serena strada del giusto mezzo?... Rigaglia era uscito per le piazze con un grande pennacchio, come un bandista, e folgorava, nel suo cocciuto sudiciume, come la più bella testa dell'Universo.
E il Cavalier Mostardo se la prendeva con Turati e con Treves, coi due magni pastori che dovevan ben dargliela un po' di educazione a Rigaglia, prima di mettergli in mente certe cose e mandarlo per le piazze con un pennacchio rosso, come un bandista di Scaricalasino! Ora quel testone diceva:
— E' pòpul!...
E tanto gonfiava che, una volta o l'altra, sarebbe scoppiato certissimamente.
Il nostro Cavaliere mise da parte anche «Il Faro socialista»; non volle legger cose che gli avrebbero avvelenato il sangue.
Aprì un terzo giornale: «Il Sillabo». Lo spiegò e ristette sogghignando.
— Il sillabo?... — si chiese con ironia. — Incominciano con uno sproposito!... Io ho sempre saputo che si dice: la sillaba e non il sillabo... Poi che cosa c'entra la sillaba con il clero?... Forse avranno inteso dire che questo giornale è come un abbecedario del partito clericale. Bella trovata!... Già basta vedere il giornalista per giudicare l'organo. Roba sporca!... Via!...
E gettò anche quello. Ecco «La Forca», «La Lanterna», «L'Apocalissi!...». Si fermò a quest'ultimo ebdomadario, dubbiando. Che voleva dire Apocalissi? Scese dal letto, si accostò alla cassa dei libri, estrasse un volume e incominciò a sfogliarlo.
— A... a elle... a emme... a pi... Eccolo... — e incominciò a leggere: — Apiario... Apice... Apistico... Apocalisse e Apocalissi: Visione di San Giovanni Evangelista — Libro di questa visione. Parere il cavallo dell'Apocalisse. Essere un cavallo grande e rifinito. — Poi, più sotto, lesse ancora: — Apocalisse, s. f. Cavaliere dell'Apocalisse. Setta religiosa romana del secolo XVII.
Chiuse il librone e rimase pensoso. Ne capiva meno di prima. Ciò non gli dava un soverchio turbamento perchè, a vero dire, la cosa non era infrequente. Riaprì il giornale, gettò un'occhiata alla prima pagina; si trattava di un giornale nuovo ch'egli non aveva ancora esaminato. Ad un tratto ebbe una vampa al viso... aveva letto il nome del direttore: Libero Bigatti, il suo personale nemico e detrattore. La cosa lo lasciò alquanto turbato. Se Libero Bigatti stampava un giornale, molto probabilmente la pace di Mostardo era finita. Ebbe il presentimento di un attacco e incominciò a scorrere i titoli dei varii articoli e trafiletti. Ecco, in terza pagina, il suo nome stampato in grassetto. Ne ebbe soddisfazione e timore: soddisfazione perchè fa sempre piacere veder stampato il proprio nome in un giornale; timore perchè chissà che cosa diceva di lui quel Cavaliere dell'Apocalisse!
Lesse:
SI DOMANDA AL CAVALIER MOSTARDO — uomo di prontissimo ingegno e di bella e varia coltura, — quale valore dia alla parola «versipelle» della quale fa sì abbondante uso. E gli si domanda ancora in quale pregio egli tenga l'astuzia e cioè se l'astuzia sia, per il Cavalier Mostardo, una cosa spregevole o apprezzabile.
Se il Cavalier Mostardo vorrà usarci la delicata attenzione di rispondere, e vorrà toglierci dal nostro tormentoso dubbio, pubblicheremo la sua risposta con ogni onore e senza commenti.
Il cane celeste.
Il buon Mostardo si passò una mano sulla fronte perchè sudava. Faceva caldo e la prosa del Cane celeste non era refrigerante. In un primo tempo cercò, in detta prosa, gli estremi che giustificassero la risoluzione della faccenda per le vie più spiccie, così avrebbe fatto i conti col signor Bigatti una volta per sempre; ma tali estremi non c'erano, bisognava convenirne, e non è facile intendere l'ironia. Allora... versipelle... Ritornò al suo librone, lo aprì alla lettera vu, sfogliò:
— Versiero... Versino... Versione... Ecco, ecco: VERSIPELLE, agg. T. lett. Astutissimo.
Dunque versipelle non voleva dire che astutissimo?... E perchè mai?... Egli aveva dato alla parola un valore ben più ampio. L'aveva riconiata nel suo sentimento e per i bisogni suoi; era diventata tutta sua. Il dizionario era un arnese della Cattedra, aveva la mentalità di un clerico-moderato, il dizionario. Un conservatorume di vecchia specie. Perchè «versipelle» non doveva significare che «astutissimo»? Chi aveva comandato questo? Era possibile, in tempi di Rivoluzione, voler fare anche delle parole una specie di proprietà privata? Non erano di tutti, le parole, come le strade? Ebbene, se eran di tutti, ognuno poteva servirsene secondo i propri bisogni, ed egli, repubblicano antico, aveva pieno diritto di far questo! Versipelle gli suonava bene. Le bestie della Cattedra non usa per il suono e non per altro. Ammesso che la parlata fosse una banda, bisognava convenire che c'era molta differenza fra il suono di un ottavino e quello di un corno inglese: ebbene, egli, per esprimere il disprezzo, la disistima; per bollare il prossimo nemico adoperava il corno inglese così come usava l'ottavino quando parlava a Spadarella. Non era chiaro tutto questo?... Nella banda delle parole, «versipelle» era una nota del corno inglese; e un'altra era «cacume»!
— Io posso dire benissimo fornicario, al vigliacco; posso dire pistola, all'imbecille; pubblicana, alla donna di mestiere; porcinaglia, al clero e ai suoi costumi; tamburiere, all'uomo politico disonesto; tritone, a Ticchi Marmissi, direttore del Sillabotrocaico, alla porcheria manifesta; cacume, a tutti gli eccessi e Versipelle, al voltagabbana, all'imbroglione, alla canaglia, a chi mi pare, ecco! C'è o non c'è il suono, in queste parole?... Il suono c'è e basta. Il resto ce lo metto io. Non sono padrone di far questo?
E il Cavalier Mostardo, di sillogismo in sillogismo, si era costruito una torre in muratura. Come si sentì ben murato a difesa, quando gli parve che nessuno più avrebbe potuto attaccarlo con tanta ignobiltà di intenti, saltò dal letto e così, in camicia, corse al tavolo dove c'era una seconda statuetta della Repubblica in cotto. Cercò un foglio di carta, una penna, puntò un gomito sul tavolo, appoggiò la fronte sul palmo della mano e si dette a meditare. Poco dopo scrisse quanto segue:
SI RISPONDE AL CANE CELESTE. — Un repubblicano antico potrebbe star zitto e non rispondere a un Cavaliere dell'Apocalisse. Non c'è tempo da perdere, oggi, per le baggianate. Oggi ci sono le conquiste sociali e la GIUSTIZIA PURA! Però siccome il Cane celeste vuole aver le sue, gli daremo le sue con la penna, riservandoci ampia libertà di usare un altro strumento quando ci venga in mente di farlo. Il Cavalier Mostardo si ritiene padrone di adoperare tutti i «versipelle» che gli fan bisogno, senza renderne conto a nessuno. Un figlio dell'ottantanove ha ben altri diritti! Ma però, siccome non vuol cadere, per la porcinaglia, nell'ASTUTISSIMA rete tesagli dal Cane Celeste, gli dice che versipelle è lui, ed anche pistola guercia!
Il Cavalier Mostardo non si lascia prendere in un simile TROCAICO!
I. C. M.
Rilesse; fu contento della partorita risposta; piegò il foglio, l'infilò in una busta, scrisse l'indirizzo e premette il bottone del campanello elettrico. Rigaglia comparve.
— Va subito a impostare questa lettera.
Rigaglia prese la busta e incominciò a leggere l'indirizzo. Mostardo alzò la voce, inquieto:
— Te l'ho data da leggere o da impostare?
— Da impostare...
— E allora perchè la leggi, brutto somaro?
— Guardavo...
— Non c'è niente da guardare! Va via.
— Sì.
Rigaglia, fece due passi e, giunto all'uscio, si rivolse e disse:
— Disotto ci sono il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi.
— Cosa vogliono?
— Hanno detto che vogliono parlarvi.
— Dì che aspettino.
— Sì.
E il nostro Cavaliere incominciò a farsi bello. Era contento. Sentiva che le cose gli andavano col vento in poppa, nell'amore, nella politica, nel giornalismo. Per Bios, avrebbero visto, i nemici suoi, dove poteva arrivare un Cavalier Mostardo quando ci si metteva di buzzo buono! Intanto, quel giorno stesso, voleva trovarsi con Mignon per renderle conto del suo operato e per averne un qualche compenso in natura, se fosse stato possibile. Lo scherzo fatto a Borgnini, legato alla porta della Camera rossa, a quell'ora doveva già correre i quattro canti della Città del Capricorno e Ninon Fauvétte, fior di Parigi, doveva averne sentito parlare. Nel pomeriggio si sarebbe presentato in pompa magna al palazzo dei marchesi ed avrebbe chiesto di lei. Dovevano intendersi. Egli pretendeva di riscuotere il premio della sua prestazione d'opera. Però si sentiva anche abbastanza generoso per non insistere così, sui due piedi. Poi... chissà quale putiferio e quale fiumana di vendette gli avrebbe procurata l'impresa della notte trascorsa. I rossi non si sarebbero dati per vinti. Gli conveniva star sull'avviso per non avere qualche improvvisata di cattivo genere. Avrebbe sguinzagliato subito i suoi informatori per la Città del Capricorno e dintorni. Giusto il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi capitavano a proposito. Ascoltare, indagare, riferire!
— Si giuoca una partita grossa. Ne va di mezzo tutto quanto l'avvenire.
Si affacciò alla finestra annodandosi la cravatta. Dall'orto, dietro il cortile, cantavano le cicale. Il sole era alto. Intorno al cono del gran campanile stridevano le rondini nere; le rondini nere col panciotto bianco. Alzò gli occhi a guardarle e fu rasserenato solo da quel po' di cielo turchino, dalla rossa maestà del campanile e dal volo dei balestrucci. Era un giorno di Dio, di una chiarezza profonda. La bella e bionda estate non domandava agli uomini che un po' di fatica e per questa fatica portava un gran dono di pace. E gli uomini si mangiavan fra di loro e si avvelenavano non solo l'estate, ma tutte le quattro stagioni.
Il Cavalier Mostardo trasse un grande sospiro; mormorò:
— Poveretto me!
E si ritrasse dalla finestra. Aveva pensato a Spadarella. Dall'oasi più dolce del suo cuore era sorta, con la nostalgia del riposo, l'immagine della sua bambina. Divenne malinconico; dal Cavalier Mostardo rinacque Giovanni Casadei... lo zio Giovanni.
Ora non era neppure più padrone del suo tempo e del suo amore; doveva sacrificar tutto... tutto!... Sfuggire l'ombra quando è più soave; sfuggire il riposo di un giardino quando più lo desiderava; non vedere la sua piccola creatura quanto più la sentiva lontana! E perchè poi?... Per sentirsi prendere in giro sui giornali.
Se ricordava la sua fanciullezza trascorsa fra l'officina di un fabbro ed il retrobottega di una farmacia; se si rivedeva così, povero e erratico, come il cane di nessuno; senza una casa: un po' accolto dall'uno, un po' dall'altro e maltrattato da tutti; se si rivedeva giovane e senza altra gioia all'infuori di quella di andarsene, nei pomeriggi delle domeniche, lungo i greti del fiume a respirare un po' di campagna, un po' di silenzio e di pace e sempre stretto dal bisogno, tanto che quasi metà della sua vita non si era riassunta che nel verbo penare; se ripensava alla sua triste ventura e al suo cuore più timido e solitario che aveva sempre desiderato ciò che non gli era stato concesso a tempo, dal fondo della sua più schietta anima, che era quella di un buon campagnuolo innamorato perdutamente delle cose candide e eterne, saliva la muta malinconia che in sè si accora e non cerca parole, e non vuole palesarsi perchè è fatta vergognosa dal mondo che non potrebbe intenderla. Di tale malinconia, che è un po' di tutti i romagnoli di razza, egli era schiavo e geloso, e, quando la sentiva arrivare dal fondo di una memoria lontana, come un canto nostalgico su di un vento di primavera, al crepuscolo, quando la sentiva arrivare scantonava per le strade degli orti, se era in città; e, se era in campagna, dimenticava tutto e tutti e se ne andava lungo un filare di olmi e di viti, l'orecchio attento ai più lontani e tenui e dolci suoni, l'anima persa nell'attesa misteriosa della vita. Non sapeva neppure lui perchè questo gli accadesse e non si domandava perchè gli accadeva; condotto dal suo cuore andava così, alla deriva, e in questi silenzi suoi, in cui si perdeva un pianto interiore senza parole e senza volto preciso, era la sua musica e la sua poesia, le due sole cose del mondo per cui l'uomo può chiamarsi tale e sentirsi migliore a volte.
Non si guardò più allo specchio; finì di vestirsi, il volto atterrato. Pensava lontano. E non pensava precisamente: sentiva una volontà, una necessità imperiosa di scantonare per la prima strada, per non saper più niente, per non udir più niente, ma forse solo lo stridìo armonioso di un verzellino, dall'ombra di un brolo.
Qualcuno bussò alla porta, ma con discrezione. Certo non era Rigaglia. Rigaglia entrava senza domandare permesso; era sempre in casa sua. Chi poteva essere mai? Guardò un poco la porta prima di rispondere, poi domandò:
— Chi è?... — ma la sua voce non fu gradevole e di buon invito.
— Sono io!... — Un falsetto sottile. Che voce era quella?
— Io, chi?
— Io!...
Si accostò all'uscio; disse:
— Avanti...
E attese. La porta non si apriva. Qualcuno voleva prendersi giuoco di lui. Giusto! Arrivava a puntino. Aggrottò il viso, si diresse risolutamente alla porta e appena ebbe tempo di aprire che si sentì stringere il collo da due dolci braccia ed ebbe il viso inondato di baci.
— Zio... zio... zio... come sei cattivo con me!
Era Spadarella. Spadarella sua, la gioia del suo silenzio lontano.
La faccia di lui si accese subito di un radioso amore.
— Come mai sei qui?
— Ho avuto un bell'aspettarti in questi giorni, zio cattivo!
— Ma non sai che è incominciata la lotta?
— Lo so benissimo! Ma, la sera, una piccola mezz'ora potresti ben trovarla per Spadarella!
— Ebbene, sai a che ora sono ritornato questa notte?
— No. A che ora?
— Alle tre e mezza!
— Povero zio. E dove sei stato?
— In campagna. Ma non parliamo di queste porcherie. Sei sola?
— Sì.
— Dov'è Spina Rosa?
— A casa. L'ho lasciata a casa attorno ai fornelli... perchè...
— Perchè?...
Si sorrisero guardandosi negli occhi.
— Hai indovinato, zio?
— Credo di sì.
— Vieni?...
— Ma... questa mattina... — rispondeva così, e già aveva deciso di andarsene con lei a colazione.
— No... no... no... non ci deve essere proprio niente che mi ti porti via, questa mattina! Sono decisissima, sai? Non ti lascio più... proprio, non ti lascio più!
— E... se non potessi?
— Devi potere!
— Ma se non potessi?
— Allora resterei con te. Ti pare giusto che solamente io non debba averti mai?
Cara la sua bambina! Egli si sentiva cinque volte più forte quando l'aveva accanto, quando poteva ascoltare la voce di lei armoniosa e guardarla, quell'angiolella, che portava sempre con sè la luce dei più bei mattini.
— Va bene. Allora resta inteso — disse lo zio Giovanni; — però, Spadi mia, devi avere un po' di pazienza...
— Fin che vuoi, zio.
— Devo mettere in ordine molte cose prima di venir con te.
— Fa quello che vuoi.
— Dove mi aspetterai?
— Qui.
— No. Va nell'orto... Hai qualche libro?
— Sì. Ne ho uno.
— Allora vai nell'orto; leggi e aspettami.
— Sì.
Egli si allontanava senza guardarla. Spadarella lo richiamò:
— Zio?
— Che vuoi?
— Vai via così?
— Perchè?
— Neppure un bacio?
Ritornò sorridendo, le stampò due grandi bacioni sulle guancie e partì che si sentiva ringiovanito di vent'anni.
— Ah, Spadarella, Spadarella!... Se tu non ci fossi che ne sarebbe di questo povero insensato, con tutta la sua Repubblica?...
Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi sedevano ad un tavolo e giuocavano a tressetti. Tanto erano intenti alla loro partita, che neppure l'udirono entrare. Era questa una loro particolarità. Siccome erano sempre insieme, il gobbo Pulizia portava con sè di continuo, in una delle ampissime tasche della gabbana, un mazzo di carte. Ad ogni sosta iniziavano una partita a tressetti. Si giuocavano un soldo a testa e non avevano mai aumentata la posta. Durante il giuoco usavano insolentirsi con abbondanza; ma, con l'ultima carta gettata sul tavolo, tutto era finito e dimenticato.
Li chiamavano l'amico Cesare e l'amico Ciliegia. Erano repubblicani fino alle midolle.
Il gobbo Pulizia «e' gobb Pulizì» si era guadagnato tale battesimo per la sua meticolosa cura della nettezza. Era un ossessionato della nettezza. Durante l'estate diventava nervoso e teneva ermeticamente chiuse tutte le finestre e le porte di casa perchè non entrassero mosche. Un cerchiolino di mosca in uno specchio o in un foglio di carta poteva farlo malinconico e preoccupato per una settimana intiera; una tela di ragno in un qualsiasi angolo della casa lo riempiva di tristezza. Dava la caccia alla polvere sopra e sotto ai mobili; fiutava le macchie sul pavimento; aveva inventato un arnese per pulir fino i buchi delle serrature, fino gli interstizi fra mattone e mattone. Non trovava fantesca che potesse reggere con lui; dopo poche settimane di esperimento tutte lo abbandonavano. Tanta era la cura sua di non insudiciare nulla che, in casa, camminava in pedùli e, prima di sedersi, si spazzolava il fondo dei calzoni.
Data simile manìa, era più che naturale che non ricevesse nessuno ed in fatti anche il moro Fabrizi non compariva che rarissimamente benchè fosse il solo e grandissimo amico del gobbo Pulizia. Ma la sola idea di trovare l'ombra di un'orma sui pavimenti lucidissimi immalinconiva il povero gobbo il quale, d'altra parte, all'infuori di questa, non aveva altre manìe. Ma questa era una manìa seria che non si limitava alla casa, ma a tutti gli oggetti della casa, compresa la sua persona. Infatti il gobbo Pulizia faceva il bagno due volte al giorno; la mattina e la sera e portava sempre in tasca un pezzo di sapone da bucato e uno spazzolino di setole. A volte, durante la notte, si ridestava all'improvviso, colto dalla sua ossessione e correva a lavarsi. Nella sua stanza da letto erano sempre, per ogni evenienza, un mastello e tre grandi secchi ricolmi di acqua, senza contar le catinelle. Aveva adottato un W. C. di sua invenzione, nel quale l'acqua scorreva perpetuamente e scaturiva da ogni parte in getti, in cascatelle, in zampilli incrociandosi e sfrangiandosi nei giuochi più svariati, tanto che pareva una fontana monumentale. Non vi mancava che una statua e da statua funzionava il gobbo Pulizia quando ve lo costringevano le sue estreme nonchè umili necessità. Allora egli diventava una nàiade, benchè non disponesse dei vezzi di una ninfa; diventava una nàiade e metteva in guazzo la parte opportuna, la qual parte, investita da ogni banda dai festevoli giuochi d'acqua, si sollazzava e si purificava adempiendo al suo compito estremo. Una volta al moro Fabrizi, che cercò di servirsi di tale arnese senza conoscerne il perfetto congegno, toccò la sventura di prendere un bagno compiuto e di beneficiare di un discreto spavento, tanto che ebbe a soffrire, per il resto della sua vita, di una stitichezza ostinata.
Dopo tutto quanto abbiamo detto, lo strano si era che, varcato l'uscio di casa sua, il gobbo Pulizia diventava un uomo come tutti gli altri e poteva essere altrettanto sudicio quanto l'amico suo carissimo Fabrizi; perchè il moro Fabrizi era fra i più grandi sudicioni della Città del Capricorno.
Come mai l'amico Cesare e l'amico Ciliegia si fossero appaiati per diventare inseparabili, era un mistero nel grembo di Dio. Fatto sta che non si vedeva il gobbo Pulizia senza vedere il moro Fabrizi e viceversa.
Il quale moro Fabrizi, pure essendo benestante come l'amico suo, tanto ostentava la trascuratezza, da sembrare quasi un pezzente. E mentre il gobbo Pulizia era accuratamente sbarbato ogni giorno, il moro Fabrizi si faceva radere una volta ogni due settimane tanto che sembrava per il resto del tempo un cinghiale domestico che grufolasse per i caffè e le osterie della Città del Capricorno. E i suoi vestiti erano unti e bisunti, tanto da diventare impermeabili. Del resto non li cambiava mai, come non cambiava mai le scarpe e il cappello e non si lavava mai le mani.
Una volta che il gobbo Pulizia si azzardò a domandargli:
— Perchè non ti lavi mai?
Gli rispose:
— Perchè è inutile lavarsi se ti devi insudiciare subito. Io faccio un bagno di pulizia ogni tre mesi, consumo due pezzi di sapone e basta. Questa è salute, amico mio. I nostri vecchi non si lavavano mai e campavano fino a cent'anni. Bisogna lavar lo stomaco con del buon vino, questo sì! Ma il difuori è degli sciocchi.
Il gobbo Pulizia non aveva rifiatato. Del resto si trovavano d'accordo sulla Repubblica. Forse la Repubblica faceva loro chiuder gli occhi sul resto.
Erano accanitissimi partigiani, ligi al verbo del Maestro e strepitanti per ogni pubblico ritrovo per buona parte della giornata. Il gobbo Pulizia disponeva di una voce acutissima e di buone argomentazioni; il moro Fabrizi era meno dialettico ma sosteneva il compagno con fede intemerata e con la forza de' suoi muscoli. Dovendo discutere di politica, in Romagna non è mai male disporre di buoni muscoli.
Ora l'amico Cesare e l'amico Ciliegia giocavano la loro eterna partita a tressetti, quando il Cavaliere Mostardo entrò nella stanza.
— Buongiorno amici!
Piantarono le carte in asso e si levarono.
— Che c'è di nuovo?
Fu il gobbo Pulizia che prese la parola.
— Caro Cavaliere, bisogna stare attenti. Nella città c'è un gravissimo scandalo.
— Quale scandalo?
— Per il fatto Borgnini.
— Ebbene?
— I socialisti ve l'hanno giurata.
— A me?
— Sì, a voi.
— E che vogliono fare?
— Dice che vi faranno la pelle. Di notte o di giorno non importa, ma ve la faranno.
— E poi?
— Poi c'è l'onorevole che non è contento.
— Perchè?
— Perchè dice che avete strafatto.
— L'onorevole non capisce niente.
— Può darsi; ma tutte le persone serie del partito, la pensano come lui.
— E chi sono queste persone serie?
— L'avvocato Suasia, l'avvocato Relli, l'ingegnere Fias, Girolamo Putti, Ildebrando Sgargi...
— Ho capito: la Cattedra!... Scommetto che questa sera c'è adunanza al Circolo Mazzini.
— Avete indovinato — disse il moro Fabrizi. — Anzi ci hanno incaricato di venire a dirvelo.
— E chi vi ha incaricato?
— L'onorevole — rispose il gobbo Pulizia.
— Va bene — fece Mostardo, che non perdeva la sua calma. — Avete occasione di vedere l'onorevole, uscendo di qui?
— Certamente.
— Allora ditegli, da parte mia, che io gli rassegno le mie dimissioni; e ditegli che vada a quel paese!
Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi rimasero perplessi.
Il Cavalier Mostardo si dette a misurare la stanza a grandi passi; incominciava a perdere la calma che si era imposta.
— Vogliono anche sconfessarmi?... Non ci si provino! Non mi conoscono ancora. Ma a che giuoco si giuoca?... — e piantò gli occhi bui sui due amici. — Mi cacciano nel pericolo e poi non vogliono riconoscere il mio operato?... Si sbaglian di grosso, cari miei! Vedrete che cosa farò, io.
— State calmo, Mostardo...
— Macchè calmo!... Queste sono porcherie. Vorrei che ci si fosser trovati loro, questa notte, a far le schioppettate fra i campi!
— Certo che non deve esser stato piacevole!
— Bravo! Tutti questi cattedratici sarebber diventati tanti fornicari perchè dove c'è del fumo ci si sta male. E adesso, a cose finite, quando non c'è più pericolo, almeno per loro, fanno le adunanze... vogliono sconfessare!... Dì che si provino!...
Vi fu un silenzio. Il Cavaliere passeggiava furiosamente per la stanza e, di tanto in tanto, ripeteva come a sè stesso:
— Dì che si provino!...
Allora il gobbo Pulizia disse:
— Mostardo perchè inquietarsi tanto?
— Secondo voi che cosa dovrei fare? Un passo di danza?
— No... ma state calmo... andiamo!... A inquietarvi che cosa ci guadagnate?
— Sicuro — soggiunse il moro Fabrizi.
— Mi fate ridere... mi fate!... — riprese Mostardo. — Qui si tratta della mia riputazione. Se la Repubblica non cammina con me, io posso combinare a questi signori qualche brutto scherzo.
— Ma noi non vi abbandoniamo! — disse il gobbo Pulizia.
— Voi non siete la Cattedra!
— Questa è una vostra fissazione...
Aveva appena detto questo, il gobbo Pulizia, che il Cavalier Mostardo, il quale si era fermo presso una tavola, lasciò andare sulla medesima un violento pugno e gridò:
— Non scherziamo, ragazzi!... Oggi non ne ho voglia!...
I due ebbero un sussulto e allibirono.
Disse il moro Fabrizi:
— Ha ragione!... Oggi non importa scherzare...
Poi, dopo aver discretamente bussato, entrò l'avvocato Suasia. Era di buon umore. Alla prima occhiata si accorse che Mostardo era in burrasca. Gli si accostò, gli posò una mano sulla spalla:
— Che cos'ha, il nostro Mostardone?
Mostardo si rivolse a guardarlo, per nulla mansuefatto dall'allegria dell'amico e compagno e gli domandò brusco brusco:
— Che cosa sei venuto a fare?
— Sono venuto a salutarti, in primo luogo. Ma, è così che si ricevono gli amici?
— Non sei anche tu un ambasciatore dei tamburieri del Circolo Mazzini?
Antonio Suasia scoppiò a ridere.
— Li chiami tamburieri?... Allora siamo ai ferri corti!
— Non cascar dalle nuvole. Va là!... Chi li ha mandati questi compagni? — e indicò il Gobbo e il Moro.
— Non io certamente! — rispose Suasia.
— E allora chi vi ha mandati? — domandò Mostardo, rivolto agli inseparabili amici.
— L'onorevole — rispose il gobbo Pulizia.
— Hai sentito? — fece Mostardo rivolto al Suasia. — E sai che cosa sono venuti a dirmi? Che questa sera, al Circolo Mazzini, ci deve essere una adunanza per giudicare il mio operato della notte scorsa! Io lavoro e gli altri voglion giudicare; io rischio la pelle e gli altri pretendono di guastarmi la riputazione... No, per Bios!... Se questa sera devo venire alla adunanza ci verrò, ma con la schioppa!...
— Allora la tua vuol essere un'ira funesta che adduca infiniti lutti!... — esclamò sorridendo l'avvocato Suasia. — Ma no, Mostardone, non ti montare! Ho parlato io stesso all'onorevole, poco fa...
— Be', e che cosa ha detto?
— Ha riso con me.
— Per Borgnini?
— Sì, per Borgnini!
— Volevo ben dire, io!... — fece Mostardo, e il suo viso si rasserenò. — Che male gli ho fatto?... L'ho legato a una porta. Questo è uno scherzo che si può fare sotto qualsiasi civiltà. E i miei uomini ti possono dire che non sono stato io che gli ho riempito il didietro di spine razze!
— Gli avete ridotto il versante a bacio, come un puntaspilli, pover'uomo!
Risero tutti quanti.
— Però gli sta bene — riprese Mostardo. — Ci avevano preso fra due fuochi.
Antonio Suasia si fece raccontare tutta la storia della spedizione notturna e, quando il Cavaliere ebbe finito, disse:
— Incominciamo con troppi feriti!
— Come vorresti fare? — domandò Mostardo. — Quando si fanno le schioppettate, sono inconvenienti che capitano.
Sopraggiunsero altri amici: l'ingegnere Fias, l'avvocato Relli, Ildebrando Sgarzi, Girolamo Putti, Domokos Barbantini, Alvise Alberghetti, sindaco della Città del Capricorno e, per ultimo, l'onorevole, seguito da Coriolano.
Il Cavalier Mostardo contò gli intervenuti; erano dieci persone: le più grosse teste del partito, Coriolano compreso, al quale, d'altra parte, non nuoceva la sua qualità di donzello del Comune. Non si viveva in tempi di Democrazia Pura? Coriolano soleva dire, con la sua voce un po' rauca e interrotta dall'asma e dalla balbuzie:
— Da ora in avanti tu dovrai scrivere donzello col di grande. Così... Donzello! Perchè quando un Coriolano, che non è un uomo di corta misura, copre una carica qualsiasi, questa carica diventa di primissimo ordine.
Infatti Coriolano si vantava dell'amicizia e della confidenza degli uomini più grandi del partito e, in genere, della Democrazia. Diceva che Innocenzo Cappa gli era come fratello; Barzilai lo adorava; Leonida Bissolati gli scriveva quasi tutte le settimane; Turati gli aveva dato tali e tante prove di stima che, una volta, non essendo contento, il suddetto Coriolano, di un atteggiamento politico assunto dal grand'uomo di parte, incontratolo un giorno in una trattoria di Bologna, ebbe ad abbordarlo con queste precise parole:
— Senti, Filippo, l'ultimo tuo discorso non mi è piaciuto niente. Dai troppa confidenza a Giolitti. Dà retta a me: cambia strada! Giolitti è un uomo che ti frega!
E Filippo Turati, sempre secondo Coriolano, si era alzato dalla seggiola e gli aveva buttato le braccia al collo dicendogli:
— Come si vede che mi sei amico sincero!... Grazie, Coriolano. Seguirò il tuo consiglio.
Quando Coriolano raccontava queste cose nei crocchi, tanto era convinto di dire la verità che si arrubinava dal gran piacere. E qualche credenzone lo trovava sempre.
Ma le sue grandi amicizie non si fermavano qui, perchè Claudio Treves, Pantano, Labriola, Mussolini, Andrea Costa, Malatesta, Oddino Morgan, Pietro Chiesa, Libero Merlino gli erano stati o gli erano fedelissimi e Coriolano citava il motto dell'uno, la barzelletta dell'altro, l'intimità bonacciona del terzo. Tutti erano stati a desinare a casa sua e gli avevano lasciato testimonianza grata della sua ottima cucina e del suo vino piramidale.
— Perchè io ho un sangiovese che ha fatto leccare i baffi perfino a Claudio Treves che di vino ne beve poco e male!...
Questa era l'autorità di Coriolano, detto il Donzello col di grande. E a forza di prendersi sul serio, pover'uomo, nonostante l'asma che lo ammazzava, aveva trovato molti repubblicani della Città del Capricorno che lo tenevano in considerazione schietta. Poi era un uomo utile, specialmente nei banchetti. Andavano famose le trippe come sapeva farle cucinar lui, da un oste amico suo. Grande organizzatore di agapi fraterne e mangiatore monumentale era Coriolano, Donzello della Democrazia. E non v'era ritrovo ove egli non capitasse; nè scendeva alla Città del Capricorno uomo politico che non lo avesse alle costole dalla mattina alla sera, pronto a fargli da littore (senza fascio e senza verga!) e da galoppino; da portavoce e da paraninfo, non inteso nel senso di guardiano di castità. E, per tutto questo, non chiedeva nessun onore diverso da quello che consisteva nella possibilità di poter dare un consiglio a un uomo illustre. Aveva solamente questa debolezza, povero Donzello, e non faceva male a nessuno.
Com'era naturale, nella Città del Capricorno non mancava gente arguta che avesse notata la cosa, rilevando anche l'inopportunità continua del suo intervenire e consigliare, tantochè «i consigli di Coriolano» erano passati come un modo di dire proverbiale.
Di media statura, semicalvo, con una bella testa brachicefala, robusto, il largo rubicondo e ridente viso dei romagnoli: tale era fisicamente Coriolano, il Donzello della Democrazia. Egli soleva dire che non gli sarebbe mancata nessuna qualità per essere un grande uomo politico, solo la natura lo aveva tenuto indietro barbaramente regalandogli un difetto del quale non era potuto guarir mai: la balbuzie.
Coriolano si sarebbe sentito oratore nato, ma la balbuzie gli tappava la bocca ostinatissimamente.
Avendogli detto una volta, l'ingegner Fias, che Demostene aveva sofferto dello stesso intoppo del quale era guarito mettendosi un sassolino in bocca e recandosi a parlare ad altissima voce sulle rive del mare, Coriolano, per non essere da meno di Demostene, era stato a Rimini per una intiera estate e aveva urlato a più non posso, quando il mare era in burrasca, tenendo sempre in bocca il famoso sassolino.
Gli amici suoi sapevano questo e lo aspettavano al ritorno. Quando, alla metà di settembre, il Donzello della Democrazia, fece la sua ricomparsa nella Piazza col pi grande, gli amici gli furono intorno e volevano ch'egli improvvisasse un discorso politico. Ma così rispose Coriolano:
— Cccchhh... ccchhhh... chho... cosa vuoi ppp... pppp... parlar di Demostene! Mmm... mmmmm... mi sono mangiato il sassolino... chhh... chhh... chhhhh... che non vado più di corpo!...
E la faccenda del sassolino non gli fu più perdonata, povero Coriolano; nè potè aprir bocca nei ritrovi, nelle adunate, nei comizi che, alle prime stentate parole, non lo investissero da tutte le parti e non gli gridassero ridendo:
— Sta zitto, chè ti sei mangiato il sassolino!...
Ma Coriolano era uomo di spirito e sapeva prendere con garbo anche questa sua nuova disgrazia.
Ora egli era entrato, necessariamente, dopo l'onorevole, trascurando Alvise Alberghetti, sindaco della Città del Capricorno e suo principale e donno, come persona di molto minore importanza. Dove c'era un onorevole, Coriolano non poteva aver dubbi circa la scelta.
Non appena il Cavalier Mostardo vide l'onorevole, sentì dolorar più forte la ferita inflittagli dalle parole del gobbo Pulizia e del moro Fabrizi e non si tenne dal dire:
— Lei mi ha giudicato male, onorevole, ma ha avuto torto.
— Io?... E quando vi ho giudicato male? — fece l'onorevole puntandosi una mano sul petto.
Il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi cercavano ritirarsi nell'angolo più oscuro della stanza.
— Come?... — fece Mostardo. — Non è stato lei che mi ha mandato a dire che ho strafatto, che lei non è contento, eccetera eccetera?... Non è stato lei che ha indetto una adunanza al Circolo Mazzini, per questa sera?
— Io?... Ma sognate, Mostardo?
— Ma... scusi... — e cercò intorno con gli occhi i due inseparabili i quali tentavan raggiungere la via della porta — scusi non li ha mandati lei quei due baggiani?
E indicò, col dito steso, il gobbo Pulizia e il moro Fabrizi che non rifiatavano più.
— Neanche per sogno! — rispose l'onorevole.
— Allora?... — gridò il Cavaliere, rivolto al gobbo Pulizia. — Allora come si spiega tutta questa faccenda?
— Perdonate Mostardo, noi non avevamo autorità per darvi un consiglio e...
— E tu sei gobbo, sei!... Segnato da Dio!... Maligno e bugiardo!...
A questo punto intervenne il Donzello della Democrazia:
— Mmm... Mostardo... vvv... vvvuoi un consiglio?
— Macchè consiglio!
— No, Mmmm... Mmmostardo, vvv... vvvuoi un consiglio da amico?... Lascia andare!
— Non so chi mi tenga — gridò Mostardo parlando sempre al gobbo Pulizia — dall'aggiungerti un'altra gobba sul davanti!... Puoi ringraziare il tuo dio, puoi ringraziare!...
— Ma l'abbiamo fatto per il vostro bene... — riprese il gobbo Pulizia.
— Amico Cccccce... amico Cesare... vvv... vuoi un consiglio?... — riprese Coriolano, rivolto al gobbo Pulizia. — Ssss... ssstttt... sta zitto!...
— Ma noi stiamo zitti! — rispose il moro Fabrizi.
— Stamattina, nel caffè dei socialisti, — soggiunse il gobbo Pulizia, — per poco non ci hanno ammazzati!
— In quanto a questo, gli animi sono accesi — disse Domokos Barbantini.
— Come vorreste che fossero? — domandò Mostardo. — Il giorno in cui si scende in piazza e si fa della polvere, tutto si accende. Questo lo sapevamo prima.
E l'ingegnere Fias, con la sua olimpica calma:
— Cercate di tener bene asciutte le vostre polveri, Mostardo.
— E la testa a posto! — soggiunse l'avvocato Suasia, ridendo.
— Poverino!... Il più bell'augurio che ti potessi fare — disse Mostardo a Suasia, — sarebbe quello di aver la mia testa.
E l'ingegnere Fias:
— Che è il monumento nazionale della Democrazia!
Rise l'adunata, ma non già l'ingegner Fias, il quale continuò ad aspirare tranquillamente il fumo dalla sua pipetta di radica.
— Del resto io vado per la mia strada — ribattè Mostardo un po' piccato — e non mi fermo a raccogliere questi fiori.
— Già — continuò calmo calmo, l'ingegner Fias; — lungo il ciglio della vostra strada maestra voi preferite chinarvi a cogliere una gallina, piuttosto che un fiore!
— Cosa vuol dir questo? — gridò il Cavaliere, mentre gli altri ridevano.
— Mmmm... Mmmmostardo... vvvv... vvvuoi un consiglio?... — fece Coriolano.
— Ma va all'inferno coi tuoi consigli!...
— Signori!... — interruppe bruscamente l'onorevole. — Volete aver la bontà di far silenzio e di ascoltarmi? Il momento è grave e non consente queste piccole diatribe. Chiudiamo i battenti alle questioni personali, ed uniamoci per lavorare di comune accordo alla vittoria finale. Ogni esitazione, ogni ritardo, ogni discordia ci farebbe vergogna. I rossi ci guardano e si organizzano formidabilmente. Le ultime notizie che ho avuto sono molto gravi. Le prime macchine rosse sono uscite; un vero esercito di braccianti è stato mobilitato. I rossi hanno a loro disposizione tutto quanto serve ad un vero e proprio assalto alle aie e non passeranno dalle strade maestre. A nostra volta dobbiamo mobilitare tutte le nostre forze. Ad ogni astuzia vuole essere contrapposta una più fine astuzia e, se sarà dolorosamente necessario, come si prevede, ad ogni violenza converrà contrapporre una più grande violenza. Dobbiamo non essere sopraffatti. La Repubblica cammina sullo scrimolo di un abisso. Giolitti non vuole entrare in causa; nel Governo prevale la dottrina e la mentalità della lodola francescana... e cioè di Luigi Luzzatti il quale ebbe, ultimamente, a dire che «il Governo non si pronuncia sul diritto di scelta della macchina perchè un Governo liberale e costituzionale è sopra le classi e non è nè capitalistico, nè proletario». Così parla l'onorevole Luzzatti mentre il prefetto di Ravenna ha riconosciuto ai mezzadri il diritto di scegliere le macchine, ritenendoli possessori di fatto. Questa è una enormità!
Signori!... Non dobbiamo illuderci! Siamo alla vigilia di una nuova rivoluzione dei Ciompi. Qui non è in campo se non la più o meno palese bramosia di impossessarsi dell'altrui proprietà, con la violenza. Le Organizzazioni Cooperative, costituite fra braccianti, dalla libera offerta passano alla IMPOSIZIONE DELLE MACCHINE di loro proprietà. Che cosa si propongono con detto tentativo di imposizione?... Una sola e semplice cosa si propongono le Organizzazioni Cooperative rosse, ed è questa: LA FUTURA DOMINAZIONE DELLA TERRA!
L'adunata scattò in un urlo.
— Signori! Non c'è da farsi illusioni, questa è l'ultima finalità dei rossi i quali, non da oggi, hanno scritto sulle loro bandiere la minaccia che noi repubblicani, non dovremmo mai dimenticare: «Morte alla mezzadria!» E la lodola francescana, che non rappresenta certo la classe scapigliata, ha detto e ha scritto che le suddette Organizzazioni Cooperative, per gli studi e per le dichiarazioni di illustri economisti e sociologhi e socialisti forestieri, costituiscono un pregio e una originalità preziosa per il lavoro italiano!
Così parlano gli alti papaveri del Governo, quando noi ci raccogliamo alla lotta più aspra per salvare all'Italia uno de' suoi migliori istituti: la mezzadria. Ma il Governo, non intervenendo nella questione, aggrega alla maggioranza i socialisti i quali hanno così patteggiato il loro appoggio.
Per ora adunque il campo è lasciato all'astuzia e alla violenza e prevale il principio che la prima trebbiatrice la quale riuscirà ad impiantarsi in un'aia, quella avrà diritto di batter il grano di quel determinato podere. Principio mostruoso che ci condurrà alla guerra civile. Ma noi non indietreggiamo! Sapremo difenderci, signori!...
L'adunata gridò:
— Lo sapremooo!...
— E nonostante i boicottaggi, nonostante le minaccie più o meno manifeste, nonostante l'esercito mobilitato dai socialisti, sapremo rimanere in campo e riportar la vittoria! Io arrivo qui da una notte senza sonno. Ho lavorato fino alle nove di stamane. Col far della nuova notte, le nostre macchine e quelle dell'Agraria, partiranno e sanno già in quali aie impiantarsi. Ogni macchina è fornita di personale più che numeroso e armato. Se si vuole guerra, sarà guerra!
— Guerra, guerraaa!... — gridò l'adunata.
— Quindici pattuglioni di venti uomini l'uno, son già formati e battono le campagne per stare a guardia delle aie e preservarle da qualsiasi sorpresa. Sarà, per noi, un duro compito, ma i socialisti non troveranno facili strade. Questa notte incomincierà la battaglia...
— È già incominciata! — scattò a dire Mostardo.
— Sì, e per merito vostro e noi ve ne rendiamo grazie. Però, caro Mostardo, il vostro còmpito è appena all'inizio...
— Io non sono uomo da farmi indietro, onorevole!
— Voi avrete il controllo diretto su tutti i pattuglioni operanti; avrete i vostri informatori i quali, di ora in ora, vi daranno precise notizie di tutto quanto accade. Voi risponderete direttamente a me circa il vostro operato. Accettate, Mostardo?
— Accettato!
— Signori! — riprese l'onorevole. — Alea jacta est! Siamo alla battaglia del Rubicone! Il Blocco è infranto...
— Bene! — gridò Mostardo.
— ... non per colpa nostra! Noi avevamo tesa la mano fraterna ai rossi e i rossi, mentre si valevano della nostra alleanza e della forza nostra, in tempo di elezioni, tentavano poi con la loro opera subdola, con la propaganda quotidiana, col doppio giuoco, di esautorarci, di assorbirci. La Repubblica doveva far da balia al Socialismo e morirne!... Ah, no, per Dio!... La Santa Repubblica non può morire! Ha troppa vitalità, è troppo necessaria, ha troppe scolte su gli ultimi lembi del più lontano avvenire! Noi rassodiamo il passato nel presente e, vagliandolo in modo che tutta la millenne ingiustizia ne vada dispersa, lo scagliamo verso il remoto futuro.
Noi... i gialli!...
All'inizio di questa Rivoluzione dei Ciompi, che non abbiamo voluta, noi ci eleviamo più saldi nell'intiera e sacrosanta coscienza del nostro Diritto.
Compagni!
Domani vi saranno dei morti da ambo le parti; nuovo sangue proletario scorrerà... ma questo sangue non potrà ottenebrare la coscienza nostra; si riverserà bensì sopra coloro che vogliono distrutto il sacro istituto della mezzadria.
In alto i cuori, fratelli miei di fede!...
Oggi, come segno augurale, nel nome della grande battaglia ingaggiata, vi invito a gridare con me:
Evviva la Repubblica!...
Dagli undici petti uscì un urlo formidabile:
— Evvivaaaaa!...
Poi il Cavalier Mostardo si eclissò per ritornare dopo non molto, seguito da Rigaglia. Questi recava un enorme vassoio con sopra bicchieri e bottiglie.
Tutti i salmi finiscono in gloria.
— Av voi fe' sintì e' mi sansvès! (Vi voglio far sentire il mio sangiovese!) — disse Mostardo.
Bevvero e brindarono. L'ultimo a brindare fu Coriolano il quale, fattosi innanzi, incominciò a boccheggiare e finì per dire:
— Bbbb... Bbbbb... Bbbbevo alla salute... dddd... dddella Democrazia... ooggg... oooggg... oogggi combattente, dddomani vvvvincitrice!...
Nel brolo cantavano le cicale e c'era un bel sole d'oro. Spadarella si era seduta all'ombra di un melo, aveva abbandonato il libro sulle ginocchia, il capo sul tronco della vecchia pianta e guardava gli ultimi comignoli e le nuvole sparte.
Tutto un ronzio di insetti le era intorno. Una canipaiola cantava in una macchia. La città non c'era più; c'era solo l'estate e il verde dell'estate con tutti i suoi fiori, nell'ombra di un brolo.
Si sentì appena una campana che chiamava forse le colombe a raduno e le rondini. Morì con le nuvole, nell'azzurro altissimo.
Nessuno parlava intorno; nessuno intorno dava cenno di una presenza estranea al raccoglimento di quell'ora soave. Solo il vento arrivava dalla purezza del cielo, a quando a quando, a portare una carezza e un profumo nella placida calma.
Le frutta maturavano al sole invermigliandosi; anche nell'anima di Spadarella, anche nel cuore di lei che era nuovo, qualcosa si invermigliava. Il frutto di una rama solitaria, fiorita già in un silenzio antelucano.
Essa non parlava più con sè stessa e non leggeva più. Un poco aveva cantato, sommessamente, presa tutta quanta da una dolcezza tale e così profonda che a poco a poco le aveva serrata la gola; e il suo canto si era spento come il sospiro della campana, ma nell'ombra del suo cuore commosso.
Ora si perdeva nell'aria, viveva di sole e di uno smarrimento ineffabile. Non pensava a Iddio e Iddio era con lei.
Come se qualcuno le avesse detto: — Vieni!...
Era un invito al mistero delle ore soavi che si abbandonano alle ombre di un giardino, di un brolo.
Nelle piccole città c'è più riposo per l'anima e la giovinezza può esiliarsi perchè la conduce un silenzio amoroso.
Non nelle metropoli regali può vivere una santità d'amore tanto grande.
Spadarella sorrideva e i suoi grandi occhi belli vedevano lontano, una strada... una casa... Ed ella udiva una fresca parlata...
— Perchè non canti ancora, Spadi?... Mi ero fermato a sentirti!... Non volevo più entrare!... Spadi, ho allevato un rosignolo, per te... Lo vuoi? Te l'avevo portato...
Infatti perchè non cantava più?
Il rosignolo era in una gabbia verde, di brilli, coperta da una tela cerata verde.
— Lo vuoi?
— Sì.
Avevano cercato un chiodo sul muro, vicino alla porta, nella casa bianca, in mezzo al giardino.
— Così canterà col sole e con le stelle...
E c'era questo nuovo abitatore, presso i tre scalini che si salivano per entrare nella casa in mezzo al giardino.
— Addio, Spadarella...
— Grazie, Paolo...
E si era avviata a riaccompagnarlo fino all'usciuolo che si apriva nel muro di cinta.
Poi, lungo la strada, aveva raccolta una gardenia.
— La vuoi?
— Grazie.
— Aspetta...
E aveva cercato l'occhiello per il fiore e si era tolto uno spillo dalla veste, per fermar la gardenia, chè non dovesse perderla.
Poi lentissimamente, guardando sempre nel vano, sempre più piccolo, aveva richiuso l'usciuolo.
Girolamo e Stefano lavoravano ad un'aiuola di gigli.
Ogni torre ed ogni campanile aveva una corona di rondini.
In un'ora della vita si ritrova Iddio che sorride, ma non più di una volta perchè l'anima conosce una strada ed una sola che arrivi tanto lontano. E, dopo, la mente si annebbia fra le ciarlatanerie dei sapienti, o si estrania e si imbraca nella torpida vita senza più luce.
L'amore ci insegna la strada... ma una volta sola.
Una sera estiva.
— Quando sei ritornato, Paolo?
— Ier l'altro.
— Ti fermerai?
— Sì, fino a quest'autunno.
— E dopo?
— Andrò a Milano.
Stefano e Girolamo passarono e si tolsero il cappello. Avevano compiuta la loro fatica anche per quel giorno.
— Buonasera, Spadarella.
— Buonasera.
Se ne andarono lungo il muro, senza parlare, curvi, la giacca sopra una spalla.
Una donna, seduta innanzi alla porta di una casa vicina, cantarellava una nenia a un suo bimbo che teneva sul grembo. Due comari sbraitavano, più lontano, con una frotta di marmocchi. Passò un carro rosso, trascinato da due enormi buoi; una bimba scalza li precedeva reggendo la corda della nasaiola; venivano dietro due contadini scamiciati, taciturni e gravi.
Dal fondo della strada, che moriva fra gli orti, era nata la stella del vespero.
Poi suonò l'Ave.
Passò l'Angelo sopra una piccola città del mondo.
Non si guardavan negli occhi; egli guardava le colline che si vestivan come le fanciulle a primavera, di un color di violette e di lillà.
Disse:
— Domani andrò a Premilcore...
— Dai tuoi parenti?
— Sì.
Ella sentì, nell'anima accorata, una nostalgia di perdute distanze; le pareva che, oltre quel soavissimo smorir di colline, incominciasse la strada che è solamente nei sogni.
L'usciuolo era dischiuso; Spadarella si appoggiava allo stipite della piccola porta che si apriva sul muro di cinta del suo giardino. Ogni tanto guardava verso il fondo della strada.
— Dove sarà Spina Rosa?
Egli guardò con lei, senza dir niente.
Poi un brivido l'aveva fatta arrossire. Egli aveva detto all'improvviso:
— Come ti sei fatta bella!...
Poi le siepi finiscono e si apre la larga, la campagna sconfinata, tutta a grani e a lupinelle. Ed ivi non sono che allodole e nuvole; e sentieri che non finiscono mai.
Qualche piccola casa è sul confine delle larghe; qualche casa con la sua porta rossa.
Chi starà mai laggiù, sotto il sorriso del cielo?...
Un giorno le fanciulle partono, attraverso le lupinelle in fiore, sotto il volo delle allodole e delle nuvole... solo per vedere... per sapere chi abiti mai, dentro la piccola casa dalla porta rossa, sotto il sorriso del cielo.
E sono scalze... e veston di niente... e portano il loro cuore che canta, attraverso il mare delle lupinelle.
Laggiù ma' mai!...
C'è sempre un porto più lontano, per le fanciulle che migrano verso il loro sogno d'amore.
Chiuse le palpebre e vide un'ombra d'oro; e in quell'ombra si immerse.
Le api, i calabroni, le pecchie le ronzavano intorno.
Un frutto cadde dal melo. Un frusciar dolce di foglie discendeva nell'ombra d'oro, con lei.
Ella non avvertì più che l'estate: il caldo, il languore, la chiarità, la promessa dell'estate. L'essere suo si distese, si perse nell'universale. Ella non si sentì più nella sua vita: si sentì pari alle cose che non parlano e a quelle che non si vedono e sono per la stessa legge come noi siamo. E le parve che un sonno le sopravvenisse ma non era il sonno, bensì una coscienza diversa.
Solo languiva e non sapeva di che; e un po' di angoscia era nel suo riposo. Non c'era più parola, al mondo, per la sua attenzione; c'era solamente una incerta attesa.
Aveva pensato a una strada, a una casa, al volto di un giovane; ora anche queste cose eran dileguate nella profondità dell'ombra d'oro ed ella non pensava più e il cuore di lei era vuoto di immagini.
Ma il sole aveva anche per Spadarella l'ardor che matura le frutta; anche per Spadarella, la calda estate recava nel grembo un segreto d'amore.
Un segreto, ma quale?
Ella si sentiva battere i polsi e non sapeva di che sorridesse; anche non sapeva perchè il suo volto si facesse del color dei gerani. Non era il caldo, era qualche altra cosa dolce, ignota e divina. Era la sua giovinezza.
Perchè ella camminava, con la sua giovinezza, da stagione a stagione, e gli occhi suoi grandi erano chiari e le cose si illimpidivano, specchiate nella loro chiarità; ma la sua compagna, quella che teneva gli anni di lei fra la sera e il mattino, si era turbata di una cosa che non era tuttavia un desiderio, ma un presentimento e si era ferma nel sole come il frutto che matura per qualcuno che deve passare.
Tra le siepi, sulle rame, nei pomarii e nei roveti maturan le frutta per l'errante desiderio del mondo e la stagione arriva per le fanciulle.
Anche le prugnòle si fan dolci nel cuor dell'estate!
Ebbene, l'anima di una vergine, ad un punto della sua giovinezza, sente che la purità sua non sarà guasta se l'amore arriverà ad amarla; sente che, sotto il confine del cielo, non v'è altra poesia ed altro più grande destino. E il suo desiderio arriva come una rondine che appare in un mattino di aprile.
Essere amata!
A un tratto, in un'ora della vita, questa sconfinata dolcezza si appena in una attesa da core:
Essere amata!...
Chi l'avrebbe attesa in fondo all'ombra d'oro di quell'estate regale? Chi avrebbe colto il primo bacio della sua bocca vermiglia? Chi l'avrebbe stretta fra le braccia per mormorarle le parole che si ascoltano ad occhi chiusi?...
Ella non udiva che il frusciar delle foglie del melo e Iddio era con lei.
Qualcuno l'aveva chiamata dalla distanza del mondo.
Qualcuno che aveva detto:
— Levati e cammina perchè sei giovane e bella, e prendi la pena del tuo cuore e vienmi ad incontrare!...
Ora ella aveva ubbidito.
— O Spadarella?... Dormi?...
Ella aprì gli occhi, in sussulto. Lo zio Giovanni stava di fronte a lei, nel sole.
— Hai tardato tanto, zio!
Fu in piedi; si riassettò le vesti.
— Che ore sono?
— Le dodici e mezza — rispose lo zio Giovanni. — Bisognerà spicciarsi. Spina Rosa ci aspetterà brontolando.
— Io sono pronta. Il mio cappello l'ho lasciato in camera tua. Vado a prenderlo, zio. Permetti?
— Sì. Fai presto.
Ella si avviò innanzi correndo. Il Cavalier Mostardo le teneva dietro passo passo. Come fu alla porta del cortile, incontrò Rigaglia.
— Ci sono queste lettere per voi.
— Chi le ha portate?
— Il postino.
Le prese le rivolse da ogni lato; non capiva chi poteva avergli scritto.
Ne aprì una, guardò la firma... era una donna.
— Margherita?... E chi è questa Margherita?...
Perchè Spadarella non sopravvenisse, ficcò la lettera in tasca.
— La leggerò dopo.
Ne aprì una seconda. Incominciava:
Uomo del mio sogno,
mi sono decisa a scrivervi dopo aver lungamente combattuto con me stessa, col mio dovere... eccetera, eccetera...
Era firmata Maddalena.
— Maddalena? Margherita e Maddalena?... E da dove escono tutte queste donne?...
Ficcò in tasca anche la seconda. Spadarella poteva arrivare.
Aprì la terza ed ultima. Diceva:
Amore mio,
tu non mi conosci, ma tu sei l'oggetto di tutti i miei sogni. Io ho desiderato sempre un uomo come te: forte, gagliardo, temerario... etcetera, etcetera...
Era firmata Claretta.
— Margherita... Maddalena... Claretta?... No!... Non può essere che uno scherzo!... È possibile che io sia diventato il gallo della Checca?...
Ficcò in tasca anche l'ultima e si fermò in mezzo al cortile ad aspettare Spadarella.
— Per Bios! Ma che cosa mi capita in questi giorni?
Poi, dal fondo del giardino, venne innanzi un ragazzo con una lettera.
— Per chi è? — domandò Spadarella.
— Per Mostardo — rispose il ragazzo.
Il Cavalier Mostardo guardò di traverso il sopraggiunto.
Prese la lettera, lacerò la busta, lesse:
Amico mio,
Sono al Conventino. Devo preparare la villa. Sono sola. Se passaste a tenermi compagnia, mi farebbe piacere. Non mi garba di restare isolata in campagna, specialmente di notte. Se foste con me, non avrei paura. Potete arrivare quando vi piaccia: tanto di giorno, quanto di notte. Vi aspetterò.
La vostra
Ninon Fauvétte.
Piegò la lettera e la pose in tasca con le altre.
— E quattro! — esclamò.
— Quattro, che cosa? — domandò Spadarella.
— Quattro... quattro spropositi! È meglio non parlarne.

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Bei der Suche nach einem Arbeitsplatz sind die beiden Top-Belange, die Sie oft in Betracht ziehen,: Gehalt und Aussichten für die Zukunft. Vor kurzem hat das Bureau of Labor Statistics eine Zweijahresprognose der Entwicklung von Hunderten von Karrieren zwischen 2016 und 2026 veröffentlicht. Auf der Grundlage der Prognosen und Schätzungen des durchschnittlichen Jahreseinkommens dieser Arbeitsplätze haben Forscher eine Rangliste der teuersten Berufe in der Zukunft veröffentlicht. Hier werden 21 Stellen mit den höchsten Gehältern in den kommenden Jahrzehnten erwartet. 21. Landwirte, Viehzüchter, landwirtschaftliche Manager 20 Hauptaufgaben: Planen, verwalten, betreiben Sie den Betrieb, Gewächshaus, Aquakultur, Baumschule, Wald oder andere landwirtschaftliche Anlagen. Anzahl der offenen Stellen im Jahr 2026: 68.700. Durchschnittliches Einkommen im Jahr 2016: 66.360 USD. Voraussetzungen: Abitur oder gleichwertig. Computersystem-Analysator Hau

The Flame Breathers

I write this narrative, not with the idea of contributing any additional scientific data to the discovery of Vulcan, but to put upon the record the real facts of our truly-amazing space voyage. The newscasters have hailed me as a modern Columbus. Surely I would not want to appear ungracious, unappreciative of all the applause that has been heaped upon me. But I do not deserve it. I did my job for my employers. The Society sent me to make a landing upon Vulcan—if the little planet existed. I found that it does exist; it was exactly where I was told it ought to be. I carried out my instructions, returned and made my report. There is no great heroism in that. So I am writing the facts of what happened. Just a bald, factual account, without the imaginative trimmings. The real hero of the discovery of Vulcan was young Jan Holden. He did his job—did it well—and he did something just a little extra. I'm Bob Grant, which of course you have guessed by now. Peter Torrence—the third m

Der verschwindende Baum

Die Palme war einst am Stadtrand von Madurai reichlich vorhanden. Leider verschwindet der üppige Baum dank der raschen Verstädterung vom Horizont. Raju legt seine Hände fest um den dunklen Kofferraum. Er befestigt den Knoten des Vadam um seine Beine und hüpft in weniger als fünf Minuten wie ein Frosch den 25 Fuß hohen Baum hinauf. Diese Bäume liegen mir sehr am Herzen. Ich umarme sie jeden Tag “, sagt Raju. Der Nungu-Verkäufer spricht von den Palmen, die für die Nungu-Verkäufer eine Einkommens- und Lebensgrundlage waren. Aber jetzt erscheint ihnen die Zukunft düster, da die Palmen rapide abnehmen. Die Stadt wächst und die Bäume werden gefällt, um Platz für Grundstücke zu machen, sagt Raju. „Früher war die Sivaganga Road von Palmen gesäumt, heute sind nur noch wenige übrig. Dies ist der Grund, warum der Preis für Palmen gestiegen ist. “ Umweltschützer sind auch besorgt über die sinkenden Zahlen. Die Panai Marams stammen aus dem südlichen Tamil Nadu und sind auch der Staatsbaum. &quo