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E qui agisce per la prima volta la consumata Ninon Fauvétte, fior di Parigi.

Da tutte le chiese della Città del Capricorno suonò l'avemaria. Si udiva stridere qualche rondine.
Il Cavaliere passeggiava pensosamente lungo il cortile: le mani dietro le reni e il capo basso.
Per Bios!... La faccenda si faceva seria! Gli avevano riportato ciò che stavano preparando i braccianti e non c'era da stare allegri. Bisognava giuocare tutto per tutto; buttarsi nel l'impresa corpo ed anima; rischiar la pelle.
La pelle se l'era giuocata quaranta volte forse, ma in tempi diversi. Ora che stava per cogliere i frutti della sua fatica, gli seccava un pocolino di fare l'ultima capriola.
Morire per l'Idea?... Ottimamente, ma se fosse stato possibile farne a meno era forse cosa migliore.
L'Idea lo aveva trovato sempre discepolo fervido e pronto; dunque?... C'era forse qualcuno che potesse affermare ch'egli avesse mai cambiato gabbana?... Questo qualcuno non esisteva nella Città del Capricorno e altrove. Il Cavalier Mostardo e la Repubblica eran tutt'uno; chi diceva Repubblica diceva Cavalier Mostardo.
Per Bios, l'Idea!...
— A soia un vigliach, me?
Sono un vigliacco, io?... Dal fondo della sua coscienza saliva un «No!» monumentale. Non era egli stato sempre in prima linea, sempre un fuorisacco autentico?... E se c'era stato da gridare: — Abbasso il Re! — chi l'aveva gridato per primo?... Lui! Sempre lui!... Questi sono titoli! E nelle confusioni, nei tentativi di rivolta, chi aveva preso la doppietta ed era disceso in piazza per primo? Il Cavalier Mostardo!
— Hóia fatt par ridar?
Ho fatto per ridere?... C'era tutto un passato luminoso. Egli era una tradizione. Ma ora le cose si complicavano un poco troppo. Non c'era più da combattere con l'insulso moderatume e con l'odiato clero: veniva innanzi una forza nuova, bene organizzata, violentissima: le Leghe rosse, la Camera rossa, il Socialismo insomma.
Il Socialismo!... Quante volte aveva meditato su questo partito dei versipelle e aveva sempre conchiuso:
— L'è una bela vigliacarì!
È una bella vigliaccheria!... Perchè se lui, putacaso, fosse stato grasso borghese glie l'avrebbe fatto vedere, ai socialisti, come si faceva a metterli a posto!...
— Ah, tu vuoi venire dove sto io?... Ah, tu vuoi prenderti la roba mia e vuoi anche impiccarmi alla lanterna?... Ah, io sono un ladro?... E tu che cosa sei, allora, se vuoi portarmi via quello che ho?... Vuoi fare ai pugni?... Avanti! Vuoi fare alle coltellate?... Avanti!
Così si doveva dire e in piazza e nei comizi, per Bios! Ma il borghese era una viltà consacrata; un pidocchiume sentimentale. Non aveva imparato che l'arte di tremare e di raccomandarsi al Governo.
— E Gvéran?... Chsèll e Gvéran?
Il Governo?... Che cos'è il Governo?... Ma se domani, porco Dacco! io sono in casa mia e vogliono venire a mandarmi via, devo forse aspettare il Governo in mezzo alla strada? Ma nossignori, ma nossignori! Si prende la sua brava schioppa e si tira nel petto ai versipelle! Così si fa, quando si ha un po' di coraggio civile!... Ma i borghesi, per scappar sempre, per aver sempre paura, avevano fatto diventar leoni anche le pecore.
Anche Rigaglia!
E il Cavaliere rise nella quietudine del suo cortile.
Ormai era buio. Sentì la cavalla annitrire.
— Vuoi scommettere che non le ha dato da bere?
Si infilò nel piccolo andito che conduceva alla stalla. Quando aprì la porta, la cavalla annitrì di bel nuovo.
— Hai sete, povera Carlotta?...
L'aveva chiamata Carlotta, in onore di una sua donna che gli era stata in casa tre mesi.
Aveva sete. Le portò due grandi secchie d'acqua. Poi le mise innanzi una bella bracciata d'erba.
— To', mangia, poverina!...
Ritornò nel cortile. Ma che cosa faceva Rigaglia? Dov'era il brutto testone? Ci si poteva dimenticare di Carlotta in quel modo?... E si propose di dargli una lezione non appena lo avesse veduto.
Ricominciò la passeggiata da muro a muro. Fra poco sarebbero giunti il Trancia ed i sette sozii. Tutto era pronto: vestiti, schioppi, biciclette. A quell'ora aveva anticipato cinquemile lire che il Partito doveva rimborsargli.
Ma per il danaro poco gli importava; era sicuro del fatto suo; era l'incerto domani che lo rendeva pensoso. Perchè bastava che i rossi fossero riusciti ad impiantarsi con una trebbiatrice rossa in un'aia dei gialli e la vittoria era perduta. Ed egli sapeva che i rossi avevano organizzato un vero esercito pronto a qualsiasi battaglia.
— Ma non importa! Dì che vengano avanti!
Trinciò l'aria con un gran gesto e pronunziò ben forte queste ultime parole. Così si dava coraggio. Poi voleva uscire da quello stato di dubbiosità infelice.
— Io non sono disposto a farmi montare sui piedi! Porco Dacco!... As guardarên in tla faza!... (Ci guarderemo in faccia!)
In quel momento entrava Rigaglia.
Rigaglia aprì la porta del cortile e si fermò inebetito a sentire che il Cavaliere parlava ad alta voce. Lo guardò un poco e scoppiò a ridere.
— Ch' sit da ridar, brott insansè? (Perchè ridi brutto imbecille?)
Rigaglia chiuse la porta e fece due passi nel cortile. I suoi scarponi ferrati stridettero sui ciottoli.
Il Cavalier Mostardo lo squadrò dal capo alle piante.
— Dove sei stato?
— Perchè?
— Rispondi! Dove sei stato?
— Oi, ero qui dalla Mezzalana.
— A far che?
— Ho bevuto.
— Bravo il porco!
— Oi, non si può bere un mezzo litro?
— Ma prima di ubbriacarti...
— Io non sono ubbriaco!
— ... prima di ubbriacarti dovevi pensare alla Carlotta!
Rigaglia tacque.
— Vuoi farla morire quella bestia?
Uguale silenzio.
— È meglio tu stia zitto, sì!... Guardate in che stato si presenta?... Ubbriaco duro!... Non ti vergogni?
Infatti Rigaglia andava pensosamente in cerca del suo centro di gravità.
— Solo per chi ti vede!... Io non so chi mi tenga dal prenderti per il colletto e dal buttarti in mezzo alla strada!
Rigaglia si guardava gli scarponi.
— Non te l'ho già detto che non voglio? Con chi parlo io, eh?... Non mi capisci? Te lo devo spiegare in un altro modo? Vuoi che prenda un bastone e te lo rompa sulle spalle?
E Rigaglia sempre zitto. Quando aveva bevuto, il figlio di Puffone, parlava ancora meno di quando era schietto.
— Be'... va via!
Rigaglia si avviò ma il Cavalier Mostardo lo fermò a mezzo.
— Dimmi un po': chi è che comanda in casa mia?... Sei tu o sono io?... Rispondi: chi è che comanda?...
L'aveva preso per la giacca e lo scuoteva come se fosse stato uno scendiletto.
— Lasciatemi stare...
— Rispondi dunque!... Chi è che comanda?
— Siete voi!
— E se sono io, allora, brutto testone, quante volte te lo devo dire che non voglio vederti con le scarpe coi chiodi!...
Rigaglia si guardò le scarpe e mormorò:
— Sono pur belle!
— E non lo vuol mica capire che la mia casa non è una stalla!... Bada che non te lo debba ripetere un'altra volta perchè lo sai che non ho troppa pazienza!... Lo sai!...
Come Rigaglia si sentì libero, riprese la strada della porta.
— Hai capito? — gli gridò dietro Mostardo.
Rigaglia scosse il testone grugnendo:
— Mo sì!
— E allora se hai capito vai a togliertele subito, perchè questo è un vero cacume!
Allora Rigaglia s'inchinò ancor più a guardarsi gli scarponi e, scuotendo la grande testa a disapprovare, mormorò:
— Un'è vera c'al sia un cacume!
E si tirò dietro l'uscio chè sentiva una troppo fiera tempesta sopravvenire.
Il Cavalier Mostardo ristette un poco a guardar l'uscio che si era richiuso dietro l'ombra del suo domestico nemico e, per la terza volta, riprese la passeggiata da muro a muro.
Ormai si faceva notte. Il Trancia e i sette manigoldi poco potevan tardare. Mostardo stava in pensiero:
— Per Bios, questa volta mi sono messo in un brutto impiccio!...
E, con la notte, la sua peritanza acquistava sempre maggior volume. Gli venne in mente Spadarella. Che avrebbe fatto la povera bambina se lo zio Giovanni fosse morto? Sola fra le insidie del mondo, come un uccellino quando casca dal nido..
Mah!... Ormai non si poteva più rimediare. Era troppo tardi.
— Però... però... — pensò il Cavalier Mostardo — però potrei sempre ammalarmi! Alla mia età ci si può ammalare! Rimango a letto... Mi viene una bella sciatica... e chi si è visto, si è visto!...
L'idea gli parve buona. Una bella sciatica poteva salvarlo e perchè non farsela venire?... Allungò i passi; il cortile gli era diventata una gabbia.
La luna spuntò di sopra ai tetti. Faceva tanto chiaro che pareva nascesse l'alba.
Dopo tutto, anche se il Partito mormorava, poteva anche infischiarsene del Partito. Non aveva bisogno di nessuno, lui; era ricco. Ma perchè doveva essere sempre il Cavalier Mostardo nelle peste? Perchè sempre lui dove c'era da prendere una schioppettata o da darla?... L'onorevole, no, che non si metteva in tali arrischi; e nemmeno l'avvocato Suasia, nè tutti gli altri signori della Cattedra.
— Che cosa sono io: il somaro della compagnia?
E quasi quasi aveva deciso e stabilito tutto il piano della solenne ritirata, quando ad un tratto, essendo la luna più alta e più illuminato il cortile, un sonorissimo:
— Chicchiricchiiiii!...
lo scosse e lo tolse bruscamente dalla sua meditazione. Il gallo Francesco aveva cantato: il discepolo di Rigaglia. Però il Cavalier Mostardo pensò a un altro canto di gallo; pensò a un celebre tradimento e si vergognò!
— Per Bios, dovrei nascondermi mille miglia sotto terra!...
Rifece a ritroso la strada percorsa e si insolentì con opulenza.
— Sono un porco! Sono una grandissima carogna!... Dovrebbero prendermi e svergognarmi; dovrebbero mostrarmi alla gente come il più gran vigliacco del mondo! Sono discorsi da fare? Ho data o non ho data la parola?... E allora se hai data la parola devi mantenerla! Ti chiami Rigaglia o Mostardo? E non ti vergogni di ragionare come hai ragionato? Non ti vergogni di far vedere che hai paura? Non importa che tu cerchi scuse: hai avuto paura!... E adesso poche chiacchiere: avanti, e succeda quel che vuol succedere! Tu sarai sempre in prima fila. Si dovrà dire: — È stato il Cavalier Mostardo!
Così si veniva catechizzando quando il gallo Francesco cantò per la seconda volta. Allora il Cavaliere si rivolse indispettito, tese un braccio verso il pollaio e gridò:
— Cânta, cânta!... Ai pinsarò me a tirètt e' coll!... (Canta, canta!... Ci penserò io a tirarti il collo!...)
Stava per rientrare. La porta del cortile si riaprì e comparve Rigaglia.
— Che cosa c'è di nuovo?
— C'è una donna.
— Una donna? E quale donna?
— Io non lo so.
— Non ti ha detto il nome?
— Ha masticato qualche cosa che non ho capito.
— Sfido, io... Sei ubbriaco!
— Mo che cosa c'entra?... È una donna che parla foresto!
— Parla forestiero?...
Il Cavalier Mostardo incominciò per allibire, poi si mise le mani fra i capelli.
— Ma che cosa mi hai fatto ancora?... Dove l'hai lasciata?
— È sulle scale.
Rigaglia non perdeva mai la sua calma.
— Sulle scale?... — urlò Mostardo — Una signora forestiera me la lasci sulle scale?...
— Dove volevate la portassi se non capivo niente?
— C'è bisogno di capire, brutto somaro? Per chi l'ho fatto io il salotto: per te, forse?... L'ho fatto per la tua sudiceria?...
Rigaglia, vistosi in pericolo, infilò l'uscio e scomparve.
Ed ora bisognava rimediare alle bestialità di lui; bisognava che la signora forestiera, piantata là, in mezzo alle scale come una qualsiasi mendicante, si facesse un concetto ben diverso della casa del Cavalier Mostardo. In un secondo ebbe stabilito un piano e lo pose in esecuzione. Infilò di gran corsa la scaletta di servizio alla quale si accedeva dal cortile; attraverso, sempre al buio, tre o quattro stanze; rovesciò un tavolo, mandò in frantumi un magnifico servizio di porcellana per il the (l'aveva comprato dopo la visita in casa dei marchesi Alerami); fracassò una seggiola; si ammaccò il costato contro lo spigolo di una porta; battè la testa contro un muro; inciampò in un tappeto; si tirò dietro un porta ombrelli; rovesciò la gabbia del pappagallo; fracassò un vaso da fiori e giunse alla porta delle scale maestre. Allora accese il lume. Il suo passaggio era stato simile a quello di un ciclone. Aveva lasciato dietro di sè una solenne rovina.
Non pensò a niente, non si curò di niente. Si sbirciò nello specchio per riassettarsi un poco; girò la chiave della luce che illuminava le scale e aprì la porta.
Attese un secondo... si fece nel vano, poi sul pianerottolo, ma non vide anima viva.
Certo, la signora forestiera se ne era andata piena di sdegno per vedersi accolta in quel modo!
Si precipitò giù per le scale, giunse al pianterreno, chiamò forte:
— Signora?... Signora?...
E udì cigolar la porta di strada. Stava per andarsene.
— Signora?... Madama?... — chiamò più forte.
Allora udì un fresco riso, nell'andito.
— Per Bios!... È lei!...
Gli ritornavan, con la luna estiva, i suoi fieri vent'anni! Si ricompose; si arricciò i mustacchi; ritrovò il sorriso delle grandi occasioni. Poi, passo passo, si dirisse all'incontro.
Eccola!... Perdinci, era lei!... Lei, la bella ignota che aveva veduta una prima volta in casa dei marchesi Alerami e una seconda volta nel giardino di Spadarella! E sembrava la Madonna di Loreto!...
Rimase senza saper più che dire. Abbozzò e mormorò un:
— Madama!... — pieno di mille significati. Almeno ce li metteva lui.
La biondissima creatura si fece innanzi con disinvolta grazia e gli tese la mano. Egli la strinse e soggiunse:
— Buonasera!
Che cosa doveva dire?... Riprese:
— Si accomodi!
Poi la bella signora dai capelli del color dei marenghi incominciò a parlare in un suo strano modo come se gorgogliasse e il Cavaliere fece gli occhi tondi:
— Forse vi derangio?
Ora anche lei parlava difficile! E mostrare di non aver capito non poteva! Ebbe una smorfia di dubbio significato; allargò il palmo della mano e tutte le cinque dita e fece il gesto del «così così!...». Rispose:
— Oh Dio... non c'è male... ecco!...
La bella dama scoppiò a ridere.
— Voi non parlate francese?
— Che cosa vuole... è una lingua della Cattedra!... Non ci arrivo!...
— È un vero domaggio!
— Sarà anche un domaggio... ma non ne ho colpa io!...
La bella dama non poteva trattenere la folle onda del riso; più cercava frenarsi e più l'impeto della subita gaiezza le premeva dentro con tanta forza che doveva abbandonarvisi. Più non poteva dire quanto avrebbe voluto e, ferma in mezzo alle scale, si asciugava gli occhi.
Il Cavalier Mostardo, sulle prime, non seppe quale atteggiamento assumere: se impermalirsi, o preferire un tono di uomo superiore; poi, fra i due corni del dilemma, scelse una terza via: quella della galanteria, tantochè, atteggiato il volto a un garbo assassino, si chinò un poco verso di lei e mormorò:
— Come siete bella quando ridete!...
Poi si incamminarono in silenzio. Eccoli nel salotto.
Quando la bella dama fu seduta, aveva ripreso il compiuto dominio di sè stessa. Il Cavalier Mostardo la guardava arricciandosi i baffi.
— Voi non sapete ancora il mio nome... — disse l'ignota con tale garbo che il nostro Mostardo le avrebbe schioccato un bacio.
— Questo è vero. Ma del resto si vede che dovete avere un bel nome!
— Io mi chiamo Ninon Fauvétte... e voi siete il Cavalier Mostardo?
— Sì... madama!
— Vi ho già veduto una volta...
— Anch'io!
— In casa della marchesa Alerami...
— Precisamente.
— ... e mi sono ricordata di voi...
— Oh, anch'io!...
— Sono venuta, questa sera, per la parte della marchesa Alerami.
— Ah?... Guarda!
— Sì! Madama la marchesa vorrebbe avere da voi una grandissima cortesia!
— Sempre pronto a servirla... — e soggiunse strizzando un occhio: — Ma... per voi!... Solamente per voi!...
Ninon Fauvétte finse di non capire il sottinteso e continuò:
— Voi sapete che è molto difficìle...
— Difficile... — corresse Mostardo.
— ... poter vivere, per una famiglia aristocratìca...
— Aristocratica! — corresse Mostardo.
— ... e alora, madama la marchesa vodrebbe che voi non bugiaste...
Il Cavalier Mostardo, questa volta, si rizzò sul torso e fece il viso dell'arme.
— Che io non bugii?... Cosa vuol dir questo?
— Sì... Voi dovreste niente dire di essere stato appellato dalla marchesa...
— Volete dir «chiamato»?
— Sì, chiamato!
— E perchè non dovrei dir niente?
— Per non la compromettere!
Ninon Fauvétte lo guardava sorridendo dolce. Il Cavalier Mostardo si mosse sulla seggiola.
Ma quella pretesa gli sembrava piuttosto grossa! Come? Mi mandate a chiamare, volete che vi difenda, debbo arrischiare la mia pellaccia per voi e poi non volete neppure che io dica di essere stato in casa vostra?... Avete bisogno di Mostardo e vi vergognate di Mostardo?... Lo chiamate e lo rinnegate?... Ah no, per Bios!... E allora perchè non ricorrere al clero?... Lui dunque, che gli Alerami e i non Alerami se ne dovessero vergognare?... Se era un fuorisacco ebbene, non era forse questo un titolo di superiore nobiltà? Fuorisacco equivaleva a marchese; anzi era più di marchese; ma molto, molto di più! Egli aveva un orgoglio più regolare di mille alberi genealogici!
Frattanto si atteggiò a persona ferita nella dignità, e disse:
— Ah no, madama!... Questo mi sembra piuttosto un cacume!
— Forse non mi spiego — mormorò Ninon Fauvétte.
— Oh, lei si spiega! Ho capito benissimo anche se parla difficile. Ma qui si tratta di principio, cara madama. È il principio che va innanzi a tutto. E il principio insegna che, oggi, ognuno è figlio delle proprie azioni. Uno nasce marchese, l'altro nasce, putacaso, verniciatore. Ma, dico io, se il verniciatore non ha le mani del marchese, può avere però una coscienza centuplicata. Mi spiego?... Il verniciatore può elevarsi dalla sua bassa statura e crescere più del marchese. Il principio è questo! Ora non si nasce più con un'eredità; l'eredità l'uomo se la busca campando, se la confeziona; è lui che non vernicia più le porte e le finestre degli altri, ma si vernicia la propria coscienza. Ha capito, madama?... Siamo tutti quanti figli dell'ottantanove! Mi guardi qui, per esempio, questi Conti del Papa. Quando l'esecrato clero comandava su la Romagna, capitava che, se un qualsiasi Marcantonio faceva un piacere alla Chiesa, eccoti il Papa che lo creava conte. Tutta la Romagna è piena di questi conti che non contano niente. Noi li chiamiamo i cunt de Pepa! Non hanno un soldo, non fanno niente, qualcheduno mostra il sedere fuori dai calzoni. È nobiltà questa? dica lei, madama, è nobiltà?... Così il popolo ride di questi nobili e li ha ribattezzati con un soprannome. Qui abbiamo: il conte Polpetta; il conte Piscione; il conte Cacadubbi; il conte Tremarella; il conte Bragone e via di seguito. Il Papa li ha fatti conti, ma sono meno del verniciatore. Il verniciatore ha la sua testa e questi conti non ne hanno. La nobiltà sta nella testa. L'albero genealogico è nella scatola del cervello, mi spiego?... Un momento... mi lasci finire. Così io mi chiamo Cavalier Mostardo; io ho fatto tutto da per me... io sono un nobile!... C'è poco da dire!... Quando il marchese o la marchesa Alerami mi mandano a chiamare non si abbassano mica!... Il Cavalier Mostardo potrebbe stare anche alla Corte, se non fosse repubblicano antico! Noi abbiamo combattuto sempre per l'Idea e ci siamo creati la nostra nobiltà, cara madama!... Era forse conte o marchese, Garibaldi?... Dica lei!... Era il leone dell'Idea, come Mazzini! E adesso sono per tutte le piazze. Altro che nobiltà!... Dunque deve dire alla marchesa Alerami che il Cavalier Mostardo, per generosità, dimentica tutto, ma che non vorrà mai più sentir parlare di lei.
Dopo la solenne tirata, la povera Ninon Fauvétte, fior di Parigi, fece il più raumiliato e compunto viso che si potesse e mormorò un:
— Mi scusi!... — che avrebbe commosso, nonchè il Cavalier Mostardo, il più fiero brigante dell'età eroica.
E il nostro Mostardo, che era tenero di natura e molto più tenero poi, nel particolar caso della bella madama, si affrettò a dire:
— Oh, ma lei non c'entra mica!... Lei è l'ambasciatore e non porta pena. Poi... — e si riaggiustò i polsi della camicia — poi... per madama Mignon...
— Ninon! — corresse la bella.
— Già!... Per madama Mignon... il Cavalier Mostardo sarebbe capace di fare anche... — si chinò innanzi, fece schioccar le dita e conchiuse con un sorriso birbone — ... sì, anche una minchioneria!...
Ninon Fauvétte colse la palla al balzo.
— Allora, se voi siete così gentile, perchè non mi aiutate?
— Oh, per voi, madama, è un'altra cosa!
E accostò un poco più la seggiola a quella di lei.
— Madama la marchesa anzi vuole invitarvi a pranzo.
— A pranzo?
— Ma sì!
— E allora perchè...
— Ella vuole solamente che in questi giorni qui voi non bugiate parce que ella ha paura per la sua vita!
— Ma non ci sono io?
— Voi non potete fare l'impossibile.
— Ma io faccio anche l'ottantanove, se voglio farlo!
— Veramente?
— Madama, voi siete forestiera; ma domandatelo a chi mi conosce!
— Se voi potete assicurarmi...
— Cosa dite?
— Potete?...
Dio, che occhi e che sguardo a succhiello!... Ella si lavorava quella sua voce come e' Zaclên il suo violino. Ricamava le parole sopra un flauto e aveva sempre ragione lei! Un'anima nuda come quella di Mostardo, si sentiva portar via, si sentiva tutta e nobilmente solleticata. Quelle erano donne, per Bios! E lui che era arrivato, ai suoi cinquantacinque anni senza conoscerne neppure l'esistenza?... Ma guardatela, pare che reciti sempre!... Si sta a sentire con gli occhi e la bocca aperti... e, quando ha finito di parlare e di muoversi, ti rimane dentro un certo nonsocchè... una cosa così curiosa...
Belle donne quelle che aveva conosciute lui!... Pane e formaggio! Erano un surrogato della Vispa Teresa. Venivano a prendere la farfalletta e se ne andavano via. Non c'era complicazione... non c'era la donna, ecco, la donna!... La donna che vi fa rimanere come un'oca, là, a guardarla, a sentirla...
Ella aveva pronunziato quel «Potete?...» come se gli avesse data la scossa elettrica. E poi gli aveva messo gli occhi addosso, che se li sentiva camminare dappertutto!
Il Cavalier Mostardo guardò la porta. L'aveva chiusa o no? Sì, l'aveva chiusa.
Allora si chinò ancora più verso la sua bella e mormorò:
— Io posso tutto!...
— Potete garantirmi la vita di madama la marchesa?
— E... se ve la garantissi?...
— Allora...
— Per Bios!...
Si alzò perchè il sangue gli saliva alla testa e stava per commettere una grande sciocchezza. Voleva mostrarsi gentiluomo. Non poteva mica così, su due piedi...
Fece un giro per la stanza; si rivolse. Ninon Fauvétte continuava a sorridergli nello stesso modo, per nulla turbata dal turbamento di lui. Questa allora si chiamava una provocazione bella e buona! Però poteva anche sbagliarsi nel giudizio. Dopo tutto, quella donna era, per lui, un perfetto mistero. Quel sorriso poteva essere anche una forma di educazione e niente più. Che figura ci avrebbe fatta se si fosse lanciato nel vortice delle audacie? E se avesse dovuto ritornarsene come un can bastonato?... Il nostro Mostardo non aveva pratica di donne forestiere e non si voleva mettere allo sbaraglio là dove non riusciva neppure a spiegarsi. Poi voleva che ella avesse la sensazione di aver a che fare con un vero signore e non con un villanaccio. Non voleva essere confuso con Rigaglia, il Cavalier Mostardo! — Fra me e lui c'è una bella differenza! — Così girò attorno alla situazione ambigua e, per voler apparire di un'estrema correttezza, scostò la seggiola senza parere e chiese, ritornando al suo posto:
— Scusi, di che paese è lei?
— Io sono nata a Parigi.
— È parigina?
— Sì, signore.
— Allora, francese?
— Sì, signore.
— Per Bios! Allora è repubblicana! Qua la mano!
E tese il suo manone monumentale nel quale scomparve la piccola mano di lei.
Dio, gli pareva di stringere un'allodola, un beccafico! Sentiva una cosa tanto tepida e morbida che se la sarebbe mangiata! E non si decideva ad abbandonar quella mano che Ninon Fauvétte non aveva, d'altra parte, nessuna fretta di ritirare.
Così stando le cose, l'orizzonte, per un attimo schiarito, si rabbuiò in un baleno. Il nostro Cavaliere accostò ancora la seggiola. Ma, per Dacco! Se non scappa lei devo forse scappar io?... Qui non si tratta più di educazione. Non è poi mica una verginella di quindici anni!... Lo saprà pure come siamo fatti noi altri uomini! Io sono un gentiluomo, sì, sono un gentiluomo, ma non ho mica fatto voto di castità. Il pepe è sempre pepe, e questa parigina ne ha parecchio. Se lei si guarda, ebbene, io mi guarderò; ma se lei non si guarda, non mi guarderò neppur io...
Così veniva ragionando e invermigliandosi il Cavalier Mostardo e la bella Fauvétte l'osservava e si divertiva. Ella sentiva già di averlo tutto in suo potere; era certa di poter disporre di quel colosso, come meglio le fosse piaciuto.
— Dunque — riprese modulando la voce alle più penetranti tonalità: — dunque, voi potete assicurarmi la vita della marchesa?
Mostardo si sporse ancor più. Ora erano quasi a viso a viso. Disse:
— Sentite... io vi assicuro tutto... tutto quanto volete! Da questa notte metterò una guardia al palazzo e una guardia alla persona della marchesa. Due fra i miei uomini più fidati. La marchesa potrà andare, venire di giorno e di notte, sicurissima che nessuno le torcerà neppure un capello. Ve lo garantisco io! Però... io non domando nessuna ricompensa... io non sono un sensale!... Io domando solamente la vostra amicizia!
— La mia amicizia?
— Sì... la vostra amicizia!
— Mais vous l'avez déjà, mon cher Mostardò!
— Non chiamatemi Mostardo...
— Come, allora?
— Chiamatemi Giovanni... Gianni... come volete.
— Allora vi chiamerò Jean... tout court!
— Sì... così va bene!
Però come si lasciava andare! Non si poteva proprio dire che fosse una di quelle donne sentimentali che vi fanno dannare per niente... e poi se l'hanno a male se non vi accorgete di loro!
— Sentite, Mignon...
— Che cosa?...
— Io vorrei, da voi, una promessa...
— Quale?
— La promessa che verrete a trovarmi ancora.
— Ma non siamo buoni amici?
Ora gli pareva che esagerasse un poco troppo con l'amicizia.
— Sì, ecco... cioè... amici proprio...
— Non vi piace?
— Mi piacerebbe... Sapete, fra uomini e donne, per me, l'amicizia è quasi un cacume!
— Voi vorreste correre troppo!
— Non corro, no! Faccio così per dire. Però voi siete tanto bella...
— Vi sembra?
— Siete tanto bella che... per Bios!...
E dentro era terribilmente combattuto. E si diceva: — Glie lo dò?... Non glie lo do?... — Erano proprio accosto accosto; bastava ch'egli si sporgesse ancora di quattro o cinque centimetri e la cosa era spacciata; e quei quattro o cinque centimetri costituivano, per lui, un tremendo problema. Non si era sentito mai tanto timido in vita sua; mai aveva sofferto di tanta peritanza di fronte a una donna.
— Mignon... io provo, per voi, un nobile sentimento.
Ella non rifiatò. Era piuttosto vermiglia.
— ... un nobile sentimento, e...
E i quattro centimetri furono superati ed egli sentì, sulle prime, la delizia del bacio di lei.
Sulle prime, sì, perchè, dopo, ebbe in bocca un certo sapore...
— È permesso?
Qualcuno bussava alla porta.
— Chi è ancora questo seccatore?
Si accostò all'uscio e gridò:
— Chi è?
Una voce rispose:
— Siamo noi!
— Voi, chi?
— Trancia e compagnia.
— Va bene. Vengo subito.
— Fate il vostro comodo.
Il Cavaliere ritornò presso Ninon Fauvétte.
— Mi perdonate?... Sono giorni terribili, per me. Non potrò dormire per una settimana intiera.
— Mon pauvre Jean! Je m'en vais... je m'en vais.
E raccolse da una seggiola i guanti e il ventaglio.
Mostardo non poteva risponderle perchè non aveva capito niente.
— Spero rivedervi molto presto.
— Sì, verrò.
— Quando?
— Verrò, verrò...
E fece per avviarsi verso la porta dalla quale era entrata.
— Non di lì! — gridò Mostardo.
— Perchè? — domandò Ninon Fauvétte meravigliando.
— Perchè da quella parte ci sono gli uomini!
— Quali uomini?
— I miei uomini. Quelli che adopererò questa notte.
— E non si possono vedere?
— Per carità! Non ci mancherebbe altro!...
— Ma perchè?
— Sono gentaccia. Non voglio che vi vedano.
— Ma vorrei ben vederli io!
— Un'altra volta... sì... un'altra volta! Oggi è troppo tardi; poi non c'è da fidarsi! Venite, venite per di qua.
Ninon Fauvétte non potè insistere e seguì Mostardo che la fece uscire per una porticina, poi la condusse per mano attraverso qualche stanza buia finchè non si trovarono alla porta delle scale.
Prima di lasciarla il Cavalier Mostardo volle essere ancora corretto; si inchinò con bel garbo e disse:
— Vi ringrazio di essere venuta... Spero ritornerete presto... Ricordatevi ch'io vi tengo in mezzo al cuore!...
— Voi siete ben gentile!... — rispose sorridendo Ninon e abbandonò ambo le mani fra quelle poderose di Mostardo.
Allora egli la trasse a sè un poco più, sempre un poco più fin ch'ella non gli si abbandonò sul petto.
La bocca di lui ritrovò quella di lei e fu un pateracchio combinato.
E stavano così bellamente dimenticando l'intero universo, assorti nel particolare còmpito del bacio, quando i sette manigoldi, che si eran fermi nella stanza vicina, incominciarono a berciare, a strepitare, a bestemmiare che pareva dovessero finirsi fra di loro in men che non si dica ave.
Ninon Fauvétte fece un viso pien di spavento e, aggrappatasi al nostro Mostardo, gli domandò tremando:
— Mio Dio, che cosa succede?
Allora egli l'abbracciò stretta e tenendola così, la faccia inchina su quella sua dolce creatura, le mormorò:
— No, poverina, non aver paura che non è niente!
— Ma non sentite?
— Sì... sono i miei uomini.
— Si ammazzano!
— Ma no, poverina!... Discorrono. Forse parleranno di politica!
Ed, ahi! che il discorso dei manigoldi degenerò di un subito in un qualcosa che al Cavalier Mostardo parve tremendo!
Infatti, in un momento in cui le voci stavan per volgere alla calma, si udirono prima due, poi quattro, poi sei suoni che chiameremo assolutamente ingiustificati ed altrettanto inarticolati. Suoni plebei, se così vuol dirsi, di non dubbia origine e imputati a vergogna dalle persone civili. Il povero Mostardo non avrebbe voluto aver udito; si invermigliò fin sulla fronte; tossì, guardò il soffitto. Urlò verso la stanza attigua un:
— Vergogna!... — che parve un terremoto; poi, presa sotto braccio Ninon Fauvétte, le disse:
— Andiamo... andiamo...
E la trascinò giù per le scale.
Egli sapeva bene di che fossero capaci quegli avanzi di galera. E proprio il giorno in cui incominciava a costruire la sua nobile vita gli capitava una simile porcheria! Che ne avrebbe pensato Ninon?... Non si arrischiava neppure di levarle gli occhi in volto.
— Perdonatemi, Mignon...
Ella lo guardò con la più semplice aria del mondo e la più pura:
— Perchè dovrei perdonarvi?...
— Proprio... non ne ho colpa io...
— Ma di che?...
— Oh Dio!... di tutto quello che abbiamo sentito...
— Ma io non ho sentito niente!
La guardò ammirato. Come si capiva che era di razza! Quale educazione!... Ella non aveva sentito perchè non doveva aver sentito. Dopo tutto, era un riguardo verso di lui. E lui, sempre bestia che non capiva certe sfumature!...
— Capisco, è una bella finezza... — mormorò — e ve ne sono grato. Però vi prego di non credere che la mia casa sia così tutti i giorni...
Ella scoppiò a ridere. Ciò gli dette tanto conforto che si chinò a baciarla ancora e più lungamente.
Poi le aprì la porta e la fece scivolare nell'ombra.
Quando fu partita, si passò una mano sulla bocca e sputò.
Curiosa!... Non aveva mai dato o ricevuto baci che gli avessero lasciato un sapore simile...
Sapevano di glicerina!
Chiuse la porta e, chi ti vide quando si rivolse?
Rigaglia!...
Rigaglia era piantato là, in mezzo all'entrata e sorrideva ammiccando.
La cosa non piacque punto a Mostardo. Chiese al suo domestico nemico, con l'aria più burbera che si avesse:
— Che cosa facevi là?
— La cena è pronta — rispose Rigaglia, tranquillo tranquillo.
— E avevi bisogno di venir qui a dirmelo?
— Vi ho cercato dappertutto...
— Questa non è una buona ragione! Poi sapevi che avevo una visita!
— Sì.
— E allora?
— Allora credevo che cenaste insieme!
— Tu non devi creder niente, hai capito?
— Che cosa c'è di male?
— E non devi aver veduto niente!
— Bella roba! Per un bacio...
— Ma non devi aver veduto niente!
— Sì.
Mostardo fece qualche passo.
— E non ti venga più voglia di venire a chiamarmi a cena quando sono con delle signore!
— Sì.
— Sì un corno!... Si dice sissignore!
Rigaglia annuì col testone. Domandò poco dopo:
— Cenate questa sera?
— Adesso non ho tempo.
— Ma la roba va a male...
— Lascia che vada all'inferno!
Il Cavaliere salì le scale. Rigaglia proseguì per l'entrata. Disse quest'ultimo, quando fu tutto solo:
— Quell'uomo, fra le donne e la politica, si ammazza. Bel gusto, proprio adesso che è un signore!...
Ma Rigaglia non concepiva l'Idea.
Entrò nella stanza sbattendo l'uscio con tale violenta che poco mancò non lo riducesse in pezzi.
Gli otto sozii videro la bufera e si affrettarono a non far più parola.
Mostardo non levò gli occhi in faccia a nessuno; si diresse alla scrivania e sedette.
Trascorse un silenzio che pesava più che piombo.
— Io vi domando solo, dove credete di essere?...
Gli otto sozii si guardarono in faccia e non capirono.
— Perchè? — domandò timidamente il Trancia.
— Rispondetemi. Dove credete di essere?
— Ma... in casa vostra...
— In casa mia, non è vero?
— Sì.
— In casa di una persona bene educata?
— Sì.
— E allora, se sapete di essere in casa di una persona bene educata, perchè vi comportate come se foste nelle stalle dove siete nati?
I sozii non capivano o facevan le finte.
— C'è proprio bisogno che mi spieghi?... — E aperto il cassetto della scrivania ne estrasse un pistolone del tempo del Papa. — C'è bisogno che mi spieghi?... — ripetè oscurandosi talmente in viso che il Trancia tese una mano verso la pistola e mormorò:
— No... non c'è bisogno!...
— Adesso fate gli umili, è vero?... Adesso!... Ma quando ero di là con una signora eravate arroganti, allora!... e avete convertita la mia casa in un porcile!
— Ma che cosa abbiamo fatto? — domandò il Giovinaccio.
— Vuoi anche saperlo? — e Mostardo si alzò dalla poltrona.
Di un balzo fu sul malcapitato, lo afferrò per le braccia, lo sollevò come se fosse uno sigaro, lo fece girar per l'aria due volte e si accostò alla finestra aperta.
I sozii guardavano impietriti e non osavano aprir bocca. Essi sapevano bene di che fosse capace il Cavalier Mostardo quando una cosa gli andava di traverso; conoscevano la sua forza prodigiosa e si guardavan dall'intervenire. Mostardo era buono a spacciarli tutti quanti se lo acciecava la sua violenza; era adunque meglio lasciarlo fare e raccomandarsi a Dio per l'anima del Giovinaccio.
Ora la finestra di quella stanza si apriva sopra un'ampia e ben colma concimaia.
In un balzo Mostardo fu alla finestra, tenendo saldo fra le mani robuste l'uomo che si divincolava e urlava. Ad un tratto lo sollevò e lo tenne sospeso nel vuoto per il solo tempo in cui gli disse:
— Guardala!... Quella è la tua casa!...
Poi lo scagliò nel vuoto.
Si udì un tonfo sordo e le voci dei sozii che mormoravano:
— L'ha ammazzato!...
Il Cavalier Mostardo ristette un attimo a guardare. Quando fu certo del fatto suo, si rivolse e disse:
— Sta meglio di me e di voi. Gli ho data la lezione che si meritava.
E ritornò alla scrivania, e sedette in pace, contento ormai di essersi spiegato. I sette restanti eran doventati come tanti agnelli.
Il Cavalier Mostardo aveva bisogno di essere ubbidito e sapeva come farsi ubbidire.
— Venite fuori voi, Trancia, e voi Giovannone.
I due uomini si tolser dal gruppo con mirabile prestezza.
— Voi dovete rendermi un servizio particolare.
— Anche cento! — risposero ad una voce Trancia e Giovannone.
— No, basta uno. Ed ora vi dirò di che si tratta.
Premette lungamente il bottone del campanello elettrico che aveva a portata di mano.
Si presentò Rigaglia.
— Avete suonato?
— Sì. Portami qua i due vestiti neri e le due pistole che sono nella camera dei forestieri.
Rigaglia uscì e ritornò con i vestiti e le pistole
— C'è tutto? — domandò Mostardo.
— Sì.
— Posa lì, sul sofà.
Rigaglia si ritrasse in un angolo.
— Trancia e Giovannone, quella roba è vostra. Vestitevi.
Il Trancia e Giovannon della Piva non se lo fecero dir due volte. Si scambiarono un'occhiata soddisfatta e in un baleno furono nudi. Fecero un involto dei cenci che si erano tolti d'addosso e lo gettarono fuori dalla finestra.
— Ed ora a noi! — fece Mostardo rivolto ai restanti compagni. — Ora voi andrete con Rigaglia. Troverete nella camera dove vi condurrà tutti i vestiti pronti. Perchè non nascano contestazioni, ogni vestito ha un cartello e un nome. Tu, Rigaglia, li chiamerai ad uno ad uno e darai loro il vestito che ho loro destinato. Troverete anche l'acqua per lavarvi. Fate presto. Via!
Rigaglia si mise alla testa e la masnada dietro. Erano appena usciti che la porta si riaprì e comparve il Giovinaccio. Forse Giobbe sullo sterquilinio non aveva un aspetto diverso.
Mostardo lo guardò e scoppiò in una risata. Poi disse:
— Va' di là coi tuoi compagni. Marsc!
Il Giovinaccio scomparve fra le risa del Trancia e di Giovannone.
Fu fatto silenzio.
— Sentite, ragazzi — riprese Mostardo. — Voi dovete rendermi il servizio più grande!
— Per quello che siam buoni, eccoci qua!
— Io ho preso un impegno; un impegno di onore e voglio far fronte alla parola che ho data. Se voi saprete fare, sarete contenti di me. Conoscete la marchesa Alerami?
— Chi, la clericale?
— Clericale o no, questo a voi non deve importare, per adesso! — e sottolineò le ultime parole. — Per adesso noi non vogliamo vedere che una signora, e cioè una donna. Mi spiego?... Dunque questa donna è stata minacciata nella vita, forse dai suoi contadini rossi. Può darsi che qualcheduno abbia intenzione di spararle nel petto e questo non deve essere! Capite, ragazzi? Non deve essere! Io ho pensato a voi. Voi non avrete, in questi giorni, altra occupazione se non quella di guardare il palazzo Alerami e di seguire la marchesa o il marchese quando usciranno dal palazzo. Ci sono due biciclette a vostra disposizione e, tanto per cominciare, venite qua...
Tolse dal portafoglio due biglietti da cento e continuò:
— Questo è per te, Trancia... e questo è per te, Giovannone. Va bene?...
— Cavaliere — fece il Trancia — non c'è rosso che tenga!... Se non ci ammazzano, alla marchesa non debbono guardare neppure alla polvere delle scarpe!
— E voi sapete chi siamo! — soggiunse Giovannone.
— Così mi piace! — riprese Mostardo. — E, adesso, non una parola ai compagni di quanto ho detto. Siamo intesi?
— Va bene.
Si levò dalla scrivania e si accostò ai due sozii.
— Fatemi vedere come state, vestiti a nuovo.
Li sbirciò dal capo alle piante, li fece rivolgere da tutti i lati e disse:
— Non c'è male. Non siete stati mai tanto belli in tutta la vostra vita!
— Ce lo lascerete questo vestito?
— Secondo come vi porterete.
— Se è solamente per questo! — fece Giovannone.
— E quando dobbiamo incominciare il servizio? — domandò il Trancia.
— Subito.
— Va bene. Possiamo darci un turno?
— Fate voi. La responsabilità è vostra.
— D'accordo.
— Resta inteso che ogni sera verrete a farmi rapporto.
— D'accordo. Ma se ci capita di sparare, dobbiamo sparare?
— Senza pietà!
— E... non ci condurranno dentro?
— A questo penserò io. Mi rendo garante della vostra libertà. Non potranno farvi niente perchè non sarà che un episodio della lotta fra Capitale e Lavoro.
— Va bene. Arrivederci.
— Arrivederci. Le biciclette le troverete vicino alla stalla, nel cortile.
— Dobbiamo prenderle?
— Prendetele. Un momento. Non pensate di involarvi perchè io sono uomo da raggiungervi anche in America!
— Cavaliere...
— Bene, bene!... Adesso filate.
Come i due sozii furono scomparsi, il Cavalier Mostardo uscì dallo studio, serrò la porta a chiave e si diresse alla stanza dov'era raccolto il resto della brigata. Entrò che i bei compagni facevano un baccano indiavolato. Non appena comparve Mostardo regnò un silenzio da chiesa.
— Che cosa è stato? — domandò il Cavaliere.
— Niente.
— Siete pronti?
— Sì.
— Allora andiamo.
A vederli così vestiti: chi col fondo dei pantaloni che gli scendeva come una borsa; chi con certe braghesse nelle quali diguazzava come in un pallone; chi annegato in una giacca monumentale o costretto in un farsettino tanto striminzito da non potervisi rimuovere, chi li avesse veduti, quei bei campioni, non avrebbe trattenuto le risa. Ma Mostardo aveva ben altro per il capo. Si avviò innanzi e la masnada gli tenne dietro in silenzio. Furono in una stanza a terreno. Mostardo distribuì le biciclette, gli schioppi e le cartucciere; poi si armò a sua volta.
— Venite anche voi? — chiese l'Affogato.
— Sì — rispose Mostardo.
— Bene! Allora sì che faremo bufera!
Uscirono nel buio. Mostardo ebbe cura di spegnere tutti i lumi. Mandò fuori i sozii e, prima di chiudere la porta, disse a Rigaglia:
— Se viene qualcuno a cercarmi, io sono a letto e dormo.
— Sì signori... — fece Rigaglia.
Poco dopo filavano in bicicletta nel buio della notte.

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