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Ed ecco che il buon gigante ridiventa lo zio Giovanni, nel giardino di Spadarella.

Rigaglia passeggiava nel cortile.
Tok... tok... tok... tok!...
Il Cavalier Mostardo non aprì gli occhi ma vide il lume dell'alba e il suo nemico domestico. Ecco un tonfo sordo di scarponi ferrati, giù, nel cortile: la sua sveglia quotidiana. E pensare che egli poteva dirsi ormai una persona perbene e aveva tuttavia alle costole quel giannizzero!... E disfarsene non poteva.
Il passo si avvicinò. Rigaglia bussava alla porta.
— Chi è?
— Io.
— Che cosa vuoi?...
— Oggi è lunedì. Andiamo al mercato?
— Ma va all'inferno!...
Rigaglia non parlò più. Ristette un poco e poi si udì ancora, e questa volta per l'entrata, un:
Tok... tok... tok... tok!... Il suono dei suoi scarponi fenati. Tornò il silenzio. Mostardo volle saper l'ora. Erano le quattro e il sole era sui tetti. Da uomo sollecito non pensò a riprender sonno, pensò:
— Ora vado da Spadarella! O la trovo nel giardino o la desto.
Volle cominciare serenamente; dimenticare, per un mattino, la lotta che doveva sostenere.
Aveva nel pollaio (anzi era Rigaglia che lo manteneva) un maledetto gallo; un gallo rosso con due occhi da straniero. Mostardo aveva visto una volta, nel patrio zuccherificio, uno straniero che aveva gli occhi del suo gallo. Tondi e impertinenti. Per quell'uomo il mondo era un pollaio. L'uovo gli apparteneva ancora più della gallina.
Era disceso da un paese lontano a insegnar l'arte di cavar zucchero dalle barbabietole e trattava gli operai della Città del Capricorno come ottentotti e bassi zulù. E quest'uomo tuonava nella sua parlata da raffreddore. Tuonava e camminava con gli stessi piedi di Rigaglia, molto grandi e solidi. Ma il passo dello straniero era vasto. Fra gamba e gamba ci passava il mondo.
Se ne era andato presto perchè, in Romagna, non faceva fortuna; ma a Mostardo era rimasto, a ricordarglielo, il gallo rosso. E cantava con gola da fliscorno in tutte le ore del giorno. Nel mondo c'era solamente lui, il gallo, il divin tabernacolo del seme!...
Anche l'invitta bestia era una passione di Rigaglia tanto che al Cavaliere non era riuscito mai di farle fare la nobile fine che spetta ad ogni domestico volatile.
Ed ecco che cantava. Mostardo aprì la finestra. Era là impalato, con quel suo petto da vecchia tartana, la cresta a parafulmini e i bargigli... due enormi bargigli come se portasse il suo sesso sotto la gola!... Si arrotò gli speroni e raspò.
— Va là, brutta bestia — gridò Mostardo. — Te la farò fare io la fine che ti meriti!...
E si ritrasse.
Ora questo gallo si chiamava Francesco.
Il giardino di Spadarella.
La porticciuola si apriva nel muro di cinta, vicina a una torre medioevale.
Siccome le case digradavano intorno ed erano, le più prossime, a un solo piano, una corona di torri e di campanili campeggiava nel cielo.
Al centro il giardino con la sua casa bianca.
Mostardo entrò e si accorse alla prima occhiata che Spadarella non c'era.
— Spadarella?...
Nessuno rispose, ma la casa era aperta. Vicino alle serre lavoravano due uomini: Gerolamo e Stefano, i vecchi giardinieri. Mostardo si diresse a loro:
— Buongiorno, gente!...
I vecchi si levaron sul torso nodoso, un po' gobbi.
— Oh, buongiorno, padron Giovanni!
Gerolamo si terse le mani ai panni. Disse:
— Molto presto?... Si è levato a buon'ora, stamattina!...
— Avete visto Spadarella? — domandò Mostardo.
— Era là adesso — fece Stefano. — Però non so se sia uscita.
— E Spina Rosa?...
— È alla messa — rispose Gerolamo.
Mostardo guardò per il giardino; chiamò ancora:
— Spadarella?...
Due rondini sfiorarono i roseti e si udì il loro strido.
— Vada a vedere se è in casa — disse Gerolamo.
— Credo sia uscita. Era là adesso — fece Stefano. E ripresero il lavoro, vicino alle serre, nella grande zona azzurra dell'ombra mattinale.
Mostardo si diresse alla casa bianca e guardava le aiuole ben tenute e i garofani e i gerani rossi. Come giunse innanzi alla casa vide, presso la porta, una sedia e, sopravi, un libro aperto. Certo si era levata come avevano detto i due vecchi. Entrò, sbirciò per le porte. Sul tavolo della cucina c'era una provvista di ortaggi e di frutta e la brace, fra gli alari.
— E dove sarà? — fece Mostardo.
Ma ecco una corsa nel giardino e la voce di lei:
— Zio?... Zio?...
Perchè quando si hanno cinquantacinque anni, e non si è vecchi ancora, due cose entran nel core con gran furia gioiosa: il mattino e la giovinezza. Le strade si abbreviano allora; ogni giorno reca il segno del confine, ed anche la più grossolana materialità non supera la malinconia, talvolta, e l'ombra della inutilità.
Ed ecco, se ancora c'è un usciuolo ed un pertugio per un occhio di sole, la buia stanza si illumina, s'empie di vastità, fa gran festa.
Oh, campane di gioia nelle contrade del mattino! I giovani non sono con voi, strepitano e sognano le lunghe strade... voi cantate per colui che discende l'opposta riva.
L'uomo compiuto! Per nessuno, come per lui, ridono i ruscelli e s'illumina il mondo; nessuno, in tanta dolcezza d'amore vive e compenetra. Egli è fermo... aspetta!... Ormai ha saputo... ma niente!... Niente più di un silenzio. Ed ecco che può ascoltarvi, campane e giovinezze! E sostare come un pellegrino innanzi alla purità vostra.
Il gigante si fermò sulla porta come un fanciullo contento, che ride. Ella correva nel giardino. Una nube attraverso alle foglie.
Sentì i baci di Spadarella e le sue braccia che gli cingevano il collo.
— Dove sei stata?
— Ero nella strada. Aspettavo Spina Rosa. E tu zio?... Rimani con noi?... Pranzi con noi?...
— Ne parleremo.
— Hai molto da fare, zio?...
Egli non era veramente nè zio nè parente di lei, ma l'affetto aveva creata la parentela e il piccolo nome dolce. Perchè Mostardo tramutava vicino alla piccola, ed era solamente Giovanni: un Casadei fra i tanti nati da nessuno.
La sua Romagna battagliera, eccessiva, strepitosa si rifugiava fra le cose serie, svaniva per un piccolo lume. Egli doventava un uomo con la sua bambina: lo zio Giovanni!
— Vuoi una tazza di caffè, zio?
— Grazie.
Entrarono nella cucina.
— Qui, no!... Aspettami in salotto.
— Va'... non fare storie, Spadarella!... Qui si sta bene!
Entrò Girolamo.
— Signorina... c'è gente in giardino.
— Che gente?...
— Vogliono dei fiori...
— Servili.
— Stefano dice che Spina Rosa ha detto...
— Be'?
— Sa?... le ghirlande per don Petronio?... Fiori non ce n'è...
— Allora non ce n'è!...
Girolamo ristette incerto come se la cosa non gli sembrasse risoluta, poi si volse e uscì senza aggiungere altro.
— Si è convinto! — fece Spadarella e rise. — Sai che ce ne vuole, zio, a far entrare qualcosa in quelle teste!... E sono uguali come due fratelli. Non sanno le vie spiccie. Stanno a parlare per ore, di niente, non si decidono mai. Tu li sentissi con Spina Rosa... Quanto zucchero, zio?
— Poco...
— E tu hai deciso?...
— Che cosa?
— Rimani?
— A questo penseremo. Adesso va a vestirti.
Spadarella si accostò. Gli occhi suoi si fecer più grandi; la sua giovinezza vi si raccolse, risplendè della sua gioia.
— Dove andiamo?...
— Vedrai!
— Debbo vestirmi bene?...
Mostardo posò la tazza, guardò la giovinetta.
— Sì... fatti bella!...
Ella non disse niente, gli dette un gran bacio, fuggì.
Eccola di sopra, nelle sue stanze chiare. Pesticchiava su e giù. Correva; forse dall'armadio allo specchio.
I pensieri di lui, i gravi pensieri vestiti di nero, se ne andavano ad aspettarlo altrove. La trebbiatura, i manigoldi fatti venir di lontano, i pattuglioni, le difese, l'onorevole, il compito politico, la candidatura, il potere, tutto era scialbo ed inutile in quel mattino. Egli era lo zio Giovanni, in casa della sua bambina. Ed anche la sua larga faccia e i mustacchi avevano un'aria diversa: avevano la rotonda beatitudine del nido... per due occhi in pace!
Il sole e un pesco pensavano alla finestra ch'egli aveva innanzi. Sulla tavola e sul muro bianco tremavano ombre di foglie... Su, nella stanza chiara, Spadarella cantava.
Viveva un tempo, in Normandia,
un prénce illustre pel suo valor...
Un motivo vecchio come gli anni di lui; un'opera ormai dimenticata.
Che bella, che fresca voce!... Anche Girolamo e Lorenzo si levarono sul torso nodoso, un po' gobbi, e Lorenzo disse:
— È lei!...
Girolamo si asciugò la fronte e disse:
— Mi pare un angelo!
Poi piegaron la testa, silenziosi, appoggiati alla vanga come se una preghiera senza nome scendesse in loro dal cuor del mattino.
Spina Rosa entrò in cucina senza far rumore e trovò Mostardo seduto contro la tavola, la faccia fra le mani e gli occhi smarriti contro la finestra. Il canto continuava tuttavia.
Quando Mostardo intravide Spina Rosa, non si mosse ma sussurrò:
— La sentite?...
— È un angelo!... — disse Spina Rosa. E si tolse lo scialle nero entro il quale si era nascosta la testa e la fronte come in un'ombra mistica.
— Chi l'ha sentita — riprese —, si meraviglia perchè non la fate studiare. Con la voce che ha, padron Giovanni, con la voce che ha!... Pensate!...
— E siete voi che dite questo?... — fece Mostardo senza muoversi.
— Anche lei si strugge. Vorrebbe dirvelo e non si azzarda.
— Ma non sta bene così?... Perchè cantare?... Ha il suo giardino... la sua casa... non le manca niente...
— E quando noi saremo morti?...
— Eh!... di qui a allora!... Poi non prenderà marito?...
— Non ne vuole.
— Sicuro!... A quest'ora avrà già l'amoroso!...
— Non lo dite, padron Giovanni!... Una figliola così...
— Ma cosa volete chiacchierare!... Una figliola così non ne avrà uno, ne avrà dieci!... È troppo bella. Li vorreste aver voi che siete vecchia?... Intendiamoci bene — soggiunse — del male non ne farà... ne son troppo sicuro.
— Non ci mancherebbe altro! — fece Spina Rosa.
— ... del male non ne farà!... La conosco bene. Però... mandarla sul teatro... no... non mi entra in testa!
— E se fosse la sua vocazione?...
— Se proprio fosse la sua vocazione. Ma scommetto che siete voi, vecchia matta, che le mettete in mente certe idee.
— Non è un tesoro che si perde? — domandò Spina Rosa rivolgendosi. — Non potrebbe diventare una signora?... Guardate quelli che cantano, quanti soldi si sono messi da parte.
— Sì, ma il resto lo perdono!... Specialmente le donne.
— Per la mia Spadarella sarei sicura!
— Sicuri non si può essere mai, vecchia! Le occasioni sono le occasioni e... una bambina come quella!... Cosa ne dite voi, Spina Rosa?... Siete stata giovane anche voi!...
— Io non ho conosciuto che il mio povero uomo...
— Va bene, ma intanto l'avete conosciuto. E basta incominciarle certe conoscenze!... Poi voi eravate brutta, mi ricordo, e Spadarella potrebbe stare sugli altari... potrebbe stare!... Mi minchionate?... Farla cantare!...
— Le darete un gran dispiacere, padron Giovanni!...
Mostardo non rispose. Si volse a guardar la finestra, pensoso. Soggiunse come parlasse a sè stesso:
— Poi bisognerebbe mandarla via...
Spina Rosa non rispose.
— Qui non si studia... — continuò. — Bisognerebbe mandarla a Pesaro... sola... e noi potremmo star tranquilli che non la vedremmo più...
— Perchè?... — fece timidamente Spina Rosa.
Mostardo alzò la voce questa volta, irritato:
— Perchè?... Ma vorreste andarle dietro voi, forse? O io?... Vorreste proprio finire i vostri giorni sul teatro, vecchia matta?...
Spina Rosa si spaventò, si fece il segno della croce e disse:
— Dio me ne guardi!
— Vedete che ho ragione?... — soggiunse Mostardo. E tacque, ma non era soddisfatto. Combattuto fra i dubbi, le gambe accavallate, batteva con un piede il ritmo a una sua solfa interiore.
— Già... facevo meglio a non venire!... — borbottò. Ma Spadarella era entrata e aveva udito. Domandò accostandosi:
— Perchè, zio?...
— Ah, siete qui! — fece Mostardo. — Allora avrete sentito quello che abbiamo detto.
Spadarella allargò gli occhi in volto a Spina Rosa in una domanda muta. L'essere trattata col voi le indicava una burrasca nell'animo dello zio Giovanni. Spina Rosa, timorata, le fe' cenno di tacere.
— Non fatevi tanti segni! Io vedo tutto! — disse Mostardo. Poi come vide un poco impallidire il viso della sua piccola, si levò, se la trasse fra le braccia.
— E adesso che cosa avete ancora?... Perchè fate quegli occhi?... Vi ho sentita cantare... Vi ho sentita!... Avete una bella voce e... so tutto!
— Che cosa sai, zio?... — e l'ansia era in quegli occhi mattutini.
— Non fatemi inquietare ancora! Ma bisognerà parlarne!
— Di che? — domandò Spadarella e guardava Spina Rosa, ostinatamente muta presso i suoi fornelli.
— A Pesaro, no! Ve lo dico subito; a Pesaro no!... Ma cercheremo di trovarvi un maestro qui!...
Poco dopo se ne andarono attraverso il giardino e passarono dalle vecchie serre, sotto il nido delle rondini.
Invece di uno, le comprò tre vestiti e anche voleva comprarle tre ombrelli da sole se Spadarella non si fosse opposta.
La gente li salutava; la gente si fermava a guardarli, e i giovani potevan dire:
— Come si è fatta bella!... — ma niente più perchè c'era Mostardo. E si sapeva che il Cavaliere, quand'era con Spadarella, non ammetteva complimenti, apprezzamenti e investigazioni. Una volta aveva scrollato un giovinetto e un'altra volta un uomo. Sempre senza dir niente. Una scrollatina contro il muro e i galanti se ne erano iti malconci e pesti. La sua forza era prodigiosa e lo si sapeva. Chiacchiere nessuna. Si prende l'impertinente e lo si accosta al muro con una certa violenza poi lo si lascia andare pel suo destino. Così s'impara a vivere. Questo lo si fa per tre volte forse. Dopo non ce n'è più bisogno. Perchè la gente è ragionevole e si convince.
Quando passava Mostardo con Spadarella, gli occhi sì, parlavano, ma gli occhi solamente.
Spadarella guardava sempre diritto.
E bella, era, come la luna nuova fra i giovani peschi e come una fontanella nell'agosto bruciato. Pareva muovesse la frescura come il mattino. Pari a una nuvola sola, bianchissima. Attraversa il cielo sopra la terra che guarda.
Sottile e forte. Tipo certo di Romagna. La sua castità era ridente. Vergine consapevole senza stolte finzioni.
Spadarella, il gladïolo dei grani. Gladïolus vulgaris dice la scienza; ma i nostri uomini dei campi presero il nome dalla sua forma: spadarell.
Così ella si chiamò come il piccolo gladïolo e un po' selvatica era con coloro che non le andavano a genio.
Un grande amore per lo zio Giovanni e fasci di speranze proiettati nell'avvenire. Gioia piena e costumanze semplici. Come le piante del suo giardino. Non poteva amare perchè non s'era ferma a un porto. C'era, negli occhi suoi, la lusinga delle belle creature. E se cantava, il fondo passionale della sua razza metteva nella bella voce un fascino caldo e avvincente, una malia di indefinibili sogni e di amore. Questo, in Romagna, si apprezza più che un tesoro, più che danaro contante.
La gente rude e battagliera, la gente pratica ama e si esalta nel canto, nel canto coglie il suo sogno e il suo amore, vuole questo ed apre i forzieri e gli entusiasmi travolgenti per una bianca gola di rosignolo. Morire non importa: cantare bisogna! E anche dal fondo malinconico della razza nasce tale passione come un ponte verso un oblio. Al di là di tutto!
Spadarella sapeva la sua virtù grande; non per niente vedeva anche i due vecchi levarsi dal lavoro per ascoltare tutti curvi finch'ella cantasse. E la loro fronte era più serena.
Ripassarono nel giardino, presso le vecchie serre, sotto il nido delle rondini.
Spadarella era carica di doni e a Mostardo pareva di non averle dato niente.
A mezzo il giardino videro una signora bionda che conversava con Spina Rosa.
Il Cavalier Mostardo ebbe un moto di sorpresa e fece un profondo saluto.
— Chi è quella signora?...
— Ah... niente!...
— La conosci?
— Sì.
— E non sai come si chiama?...
— Mi pare di non ricordarmi...
— Si chiama Ninon Fauvétte.
— Guarda!...
— Ed è dama di compagnia...
— ... della marchesa Alerama, lo so! Bella donna, è vero?...
— Ma è vecchia!...
— Vecchia?... Cosa dici?... Al massimo avrà trentacinque anni!...
Sì, ma Spadarella ne aveva diciassette! Non era possibile l'apprezzamento da parte sua.
Non dissero altro; ma il Cavalier Mostardo era pensieroso.
La signora bionda non aveva comprato fiori. Che era venuta a fare nel giardino?... e che cosa aveva detto a Spina Rosa?...

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