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Qui si vede Bucalosso, dragon di Romagna.

Bucalosso non era di nobile origine; ci duole per i cuori adorni, ma la colpa non era sua nè nostra. D'altra parte lo stesso nome lo rivela: Bucalosso. Dal qual nome si potrebbe anche arguire ch'egli avesse non ignobile parte in qualche sala anatomica; ed infatti di anatomia si intendeva, ma alla pratica, per le quotidiane contingenze. Era un sezionatore di gran vaglia, ma non si esercitava sui bipedi, preferiva i quadrupedi.
Quaranta, de' suoi cinquant'anni, li aveva spesi al macello: ecco tutto. Tale professione necessaria, perchè l'umanità nobilissima tanto più si eleva nello spirito del mondo quanto più si sazia di carne, lo aveva fatto torvo. Quadrato e muscoloso, anche, come tutti gli uomini dell'arte sua.
Ora nella Città del Capricorno, Bucalosso era una istituzione, insieme ai figli. Ne aveva sei: Libero di Bucalosso, Alvaro detto Tripoli, il Cagnaccio, Mazzini detto la Vigna, Danton detto il Pantalone e Garibaldo. Quest'ultimo era biondo mentre tutti gli altri erano neri. Strano! Il figlio biondo di Bucalosso aveva anche, nelle fattezze, qualcosa del Cavaliere dell'Umanità. Si spiegava il fatto col dire che la madre di lui, Angelica (oh, povera fante nel covo dei molossi!), avesse avuto, durante la lunga e laboriosa gestazione, sempre innanzi agli occhi una oleografia del Duce leonino. Il figlio nascituro si era venuto foggiando su tale immagine per un misterioso processo di assorbimento quotidiano. Cosa ammissibile anche questa. Così si possono riprodurre i grandi uomini.
Però la cosa non era indiscussa. Le donnacole petulanti avevano un'altra versione molto meno originale, nella quale il processo di assorbimento subiva una lieve sfumatura. Si sarebbe trattato di una facezia sentimentale della povera fante Angelica, dimessa madre. Questa avrebbe fatto uno sbaglio. Lo sbaglio di un'ora solamente, come un pisolino. Ma Garibaldo aspettava appunto quel pisolino perchè Angelica era feconda. Quando si dice la fatalità!... Ella conosceva un uomo; quest'uomo un giorno di agosto, era entrato da lei per dissetarsi e si era dissetato come è umano che avvenga. Poi aveva varcata la soglia per sempre; ma, dietro di lui, era rimasto il germe di un fantolino. Naturalmente Bucalosso non aveva mai sospettato neppur l'ombra di una simile facezia chè, altrimenti, la povera Angelica, umilissima fante, avrebbe saputo le vie senza ritorno. Bucalosso era di coscienza intemerata e bastava dicesse: — Voi siete una donna!... — per aver detto tutto. Ora, nonostante la deviazione di Garibaldo, il biondo, Bucalosso era ugualmente una istituzione e a nessuno sarebbe mai passato per la mente di fargli osservare che fra i suoi figli c'era un dubbio. Guai al maligno!... Bucalosso aveva la tempra delle sue coltella e ricamava, il virtuoso anatomico! Si diceva ch'egli avesse dispensato venti occhielli fra amici e nemici e sempre l'aveva passata liscia. I giudici si lamentavano dell'omertà romagnola, ma bisogna pensare che Bucalosso aveva, ne' suoi figli, sei aiutanti.
Il solo che avesse potuto affrontarlo ed accusarlo era il Cavalier Mostardo, ma Bucalosso, con ogni mezzo, aveva tentato e tentava di farselo amico. Poi erano repubblicani ambidue.
Vestito per bene: la camicia nera e molle, una gran sciarpa rossa, il cappelluccio a cencio (sgumarlîn si chiama pittorescamente in Romagna) lanciato fra la nuca e l'orecchio come un accessorio birbante, una giacchettina a scacchi, rossa e marrone, un nerbo di bue e cinque anelli nelle grosse dita, senza considerare la catena dell'orologio, tutta d'oro massiccio, Bucalosso si presentò alla casa di Mostardo.
La porta era aperta. Entrò e attraversò il cortile. Trovò Rigaglia sulle scale.
— Dove andate?
— Dal patrone.
— Mi ha detto di non far passare nessuno.
— Chévat di lè! (Togliti di lì!).
Nel gesto che fece Bucalosso per scansare Rigaglia, tutti i cinque anelli mandarono un bagliore vivissimo. Erano brillanti. Migliaia di lire sulle dita di un uomo. Linguaggio chiaro; manifestazione imperativa di ricchezza. Ed anche di questo, Bucalosso, era soddisfatto.
Rigaglia notò lo scintillìo e si ritrasse.
— Orco, ch' fugarèna!... (Caspita, che fiammata!...) — disse fra sè.
E Bucalosso salì le scale.
Non bisogna creder ch'egli, a quando a quando, non si guardasse le dita. I suoi brillanti erano come il vino e la paprica al suo cuore e li adorava pensando alla gente. Infatti la maggior parte degli uomini ha le dita disadorne.
— Si può?
Mostardo rispose male dal di dentro, ma credeva fosse Rigaglia.
— No... sono io... Bucalosso!...
Mostardo aprì e riempì di sè stesso il vano della porta.
— Ah!... siete voi, Bucalosso!... Venite avanti.
L'uno qui e l'altro là, seduti in differenti pose: il primo da signore, l'altro da così così.
Si guardarono.
— As truvên sémpar par la ripobblica! — incominciò Bucalosso in dialetto. Poi si corresse: — Si truviame sempri per la ripobblica!...
— Cosa c'è di nuovo?... — domandò Mostardo senza concedersi all'ospite.
— Av'e' dmand a vo'!... Lu domando a vogli! — rispose Bucalosso riprendendosi in correttissimo italiano, come al solito.
— A me?
— Sicuro! Ieri sera Mazzini... mo sé, la Vegna!... La Vigna, il mio bastardo!...[2] (Un's ciáma Mazzini?... Non si ciama Mazzini?...) Ieri viene a casa e fa e dice: — Bab, uv zerca Zvan... vi zierca Giuvàni... A' fazz me... fazzo io: — L'hai viduto?... — Mo inveci l'era il depotato che gli aveva detto che vinissi a ciaccarare con voi.
Mostardo aggrottò la faccia.
— Dite sul serio?...
— Altro!...
Francesco cantava nel cortile, il gallo Francesco.
— Io credo che la Vigna avesse bevuto! — fece Mostardo.
— Mazzini non beve!... L'è innamuré int' l'acqua... è innamorato dell'acqua.
Poi siccome Mostardo dimostrava di non gradire troppo la presenza dell'ospite policromo, questi soggiunse:
— Del resto anca me sono buono a quaicosa!
— Siete buono a troppa roba, voi!
La frase risoluta fu scagliata come una pietra sul capo dell'assalitore.
— E siete anche un guastamestieri! — aggiunse Mostardo.
— Perchè?... — Bucalosso faceva gli occhi piccini della umiltà curiosa.
— A fidarsi di voi, c'è da andare diritti in Corte d'Assise!
— Ci sono stato mai? — domandò Bucalosso.
— Avete avuto fortuna.
— Ma ci sono stato mai?... — ribattè il cocciuto. — Bsogna guardér a quest! Bisogna guardare a questo!...
— Bé!... Ma io non ho niente da farvi fare!...
Bucalosso aveva la fronte ampia come un righello; qualche centimetro quadro, senza contare il cuoio capelluto, ragion per la quale le sue sensazioni si perdevano nel medesimo e tardavano a manifestarsi nell'indice dell'umana nobiltà. Questa volta però il dolore del reciso rifiuto uscì dalla zona dei capelli e apparve fra le tre grosse rughe che attraversavano la fronte in tutta la latitudine sua.
— Va bene — disse. — Vuol dire che, se non mi volete, am srandèll cun i ross! Mi srandello coi rossi!...
— Ci ricorderemo anche di questo! — rispose Mostardo e si levò.
Bucalosso afferrò il suo cappelluccio che aveva posato con bel garbo proprio sulla cima di un ginocchio; lo afferrò e lo fece scomparire nel gran pugno, sotto l'origemmante filza dei tozzi anelli.
— Angua d'... mio!... — Questa volta non tradusse.
Non conveniva spiegare una bestemmia, fermata a mezzo d'altra parte. Ben altro ribolliva nell'angusta oscurità della sua anima gialla. Giunse alla porta, la piccola testa quasi sepolta fra le smisurate spalle in una muscolatura di mostro. Le maniche della giacchettina scoppiavano pel soverchio contenuto, ma ciò metteva in maggior risalto gli scacchettini rossi e marroni.
Ah, policrome fantasie birbone!... E vestiti galeotti alle domenicali condiscendenze!...
Sulla porta si fermò guardandosi le scarpe dalle stringhe verdi. Infilò il cappelluccio (e' sgumarlin) sul nerbo di bue (un bel nerbo alla copale nera e diritto... Domine giusto!...) e ancora guardò Mostardo.
— Del resto voi non sapete quello che so io!...
— Cosa sapete?...
Bucalosso ritornò.
— Me a ve dégh parchè a só lièl! (Ve lo dico perchè sono leale!)
— Avanti.
— Al cnusiv Burgnini... conoscete Borgnini Epaminonda?... Quel dla seda?...
— Il mercante di seta?
— Sicuro. Hai savùto che questa notte Borgnini mandirà in giro i suoi vuomini a far pavura ai cuntadèn!...
— No!...
— C'an véga piò la faza di mi burdèll!... Che non vèga piò la fazzia dei miei bordelli!
— E dove li manderà?
— Dalla collina alla valle.
— Troppa roba.
— Sono in biciacletta e hano la schioppa!...
Il Cavalier Mostardo si concentrò. La lotta si delineava sempre più aspra. Ora si ricorreva all'intimidazione. I contadini, presi ad uno alla volta, non avrebbero certo resistito, si sarebbero compromessi e Mostardo voleva salvarne sopra tutto la compagine. Non ch'egli avesse soverchia fede in quella massa statica, ma era questione di principio. Il principio!... L'idea!... E sebbene nel suo remoto fondo di uomo onesto e idealista sentisse che anche la nuova battaglia poco aveva a che fare con le pure fonti alle quali aveva abbeverata la sua giovinezza, sebbene fosse convinto che gli uomini della Cattedra, i nuovissimi dirigenti del partito facessero quotidiano strazio di quella repubblica vagheggiata già negli anni come fine supremo, egli non abbandonava il campo. Taceva ed agiva. Intanto si trattava di rompere l'odiosa alleanza dei partiti popolari.
L'unione annegava la repubblica nel socialismo.
— Tutto per loro e niente per noi, quei versipelle!... Sì, fratelli!... Fratelli un corno!... Egli era per le vie separate.
Comunque fosse, bisognava dimostrarsi, data l'occasione, più abili, più pronti e più forti.
— Va bene — riprese. — E voi dove sarete questa notte?...
Finalmente Bucalosso si sentì fiero e contento.
— Sarò indove mi mandirete.
— Mi promettete di non far sciocchezze?...
— Zvan al savì... lo sapete... basta la parola!
— Quanti uomini potete avere con voi?
— I miei bastardi. Siamo in sette...
— Basteranno?...
— Giovanni!!! — fece Bucalosso.
— Avete la bicicletta?
— Tutti!
— E lo schioppo?
— Abbiame la schioppa e la biciacletta!
— Allora ci pensate voi?
— Quà la mân!... — esclamò Bucalosso tendendo la sua ceppaia inanellata.
— Badate che non venga morto qualcuno. È troppo presto, adesso!...
— A me dsì cun me?... Me lo dicete con io?
— Con voi, sì! Non vi ho detto che non voglio sciocchezze?
Allora Mostardo si levò per accompagnare Bucalosso. Quando furono sulla porta il Cavaliere disse:
— Vi aspetto domattina, all'alba, quando tornerete dal giro. Prudenza, eh?...
— Sì, prudenzia!... Mo si l'averano loro, pardio!...
E si strinsero l'enorme mano dabbene, con relativi anelli.

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